Focus

Deficit fallimentare: criterio di liquidazione del danno nelle azioni di responsabilità proposte dal curatore

Sommario

Inquadramento | Il quadro giurisprudenziale | Le Sezioni Unite del 2015 | In conclusione | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

La determinazione del danno risarcibile nelle azioni di responsabilità promosse dal curatore del fallimento ai sensi dell'art. 146, comma 2, lett. a), l.fall., segue le norme che, in generale, tanto per la responsabilità contrattuale (artt. 1223 ss. c.c.) quanto per quella extracontrattuale (art. 2056 c.c.), regolano la materia, vale a dire gli artt. 1223, 1225, 1226 e 1227 c.c.) e corrisponde, in sostanza, alla perdita patrimoniale e/o al mancato guadagno che la società (al netto di quanto abbia ricevuto in conseguenza dello stesso atto illecito) abbia, per l'effetto, subìto.

Il curatore, quindi, ha, in linea di principio, il diritto di ricevere una somma corrispondente all'equivalente pecuniario dell'effettivo pregiudizio arrecato (al patrimonio della società e, di riflesso, ai suoi creditori) dal comportamento illegittimo degli amministratori della società fallita, come nel caso della distrazione di somme o di singoli beni sociali o dell'assunzione indebita di un'obbligazione.

Deve escludersi, invece, che, nelle azioni di responsabilità esercitate dal curatore, il danno debba essere determinato e liquidato in corrispondenza alla differenza tra passivo accertato e attivo liquidato in sede concorsuale, così come, e prima ancora, deve escludersi che il curatore possa limitarsi a dedurre e provare in giudizio la misura dell'attivo liquidato e quella del passivo accertato.

Nel passato, invece, l'orientamento favorevole a tale criterio di liquidazione del danno (Cass. civ. n. 1281/1977, Giur.comm. 1977, II, 449 ss.; Cass. civ. n. 2671/1977, Giur.comm. 1978, II, 69 ss; Cass. civ. n. 6493/1985, Giur.comm. 1986, II, 813 ss.) si è fondato sull'idea che, in caso di inadempimento che abbia danneggiato il patrimonio della società (e, di riflesso, i suoi creditori), agli amministratori che l'hanno commesso (ed ai sindaci che non l'hanno impedito) sia imputabile, in caso di successivo fallimento, l'intero dissesto sociale (corrispondente, in concreto, alla differenza tra il passivo accertato e l'attivo liquidato): e ciò, evidentemente, sia allo scopo di preservare le ragioni dei creditori in presenza della crisi dell'impresa societaria, sia per limitare il risarcimento dei danni dovuti dagli amministratori responsabili quando la responsabilità del dissesto non fosse da addebitarsi in via esclusiva al loro operato o alle loro omissioni ma anche all'imprevedibile verificarsi di eventi negativi concorrenti a creare circostanze svantaggiose per la redditività dell'impresa e, conseguentemente, alla irreversibilità della sua crisi.

Si tratta, peraltro, di un orientamento che, fin dall'inizio, ha incontrato le aspre critiche della dottrina pressoché unanime (fra le voci più autorevoli, BONSIGNORI, Legge fallimentare, Commentario Scialoja-Branca, Bologna 1997, 121 ss. PANZANI, Responsabilità degli amministratori: rapporto di causalità fra atti di mala gestio e danno Lo stato della giurisprudenza, Fall. 1989, 973 ss. JAEGER, La responsabilità degli amministratori e dei sindaci nelle procedure concorsuali: una valutazione critica, Giur.comm., 1988, I, 548 ss. GABRIELLI, La quantificazione del danno nell'azione di responsabilità verso amministratori e sindaci della società fallita, Riv. dir. priv., 2004, 7 ss.), la quale ha insistentemente evidenziato il vistoso contrasto delle soluzioni adottate in giurisprudenza con i principi generali che, nel nostro ordinamento, regolano la responsabilità civile in materia di nesso di causalità materiale tra condotta illecita ed evento pregiudizievole e di liquidazione dei danni solo se sono conseguenza diretta ed immediata dell'inadempimento (o dell'atto illecito).

Il criterio del deficit, inoltre, è di per sé inattendibile (PANZANI, Responsabilità degli amministratori, cit., 973 ss.; in giurisprudenza, Trib. Napoli 31 maggio 2006, Soc. 2007, 1125 ss): sia per eccesso, poiché, per un verso, l'attivo risente della svalutazione dei beni soggetti alla liquidazione fallimentare ed è, spesso, incrementato dal ricavato di azioni precluse alla stessa società fallita (ed ai suoi organi), come le azioni revocatorie, mentre, per altro verso, il passivo tende ad incrementarsi per effetto degli interessi sui debiti (privilegiati) ammessi, che non possono essere soddisfatti se non via via che le attività vengono liquidate; sia per difetto, perché il differenziale negativo tra attivo e passivo può risultare inferiore al danno arrecato nella misura in cui alcuni creditori rinunzino a proporre domanda di ammissione al passivo fallimentare.

Il suddetto criterio, poi, rischia di porsi in conflitto con i postulati della c.d. Business judgementrule, che, come è noto, sancisce l'insindacabilità delle scelte discrezionali di gestione compiute dagli amministratori: l'applicazione di una tecnica di determinazione automatica e approssimativa del danno risarcibile, come quella che considera complessivamente il deficit fallimentare, finisce, in effetti, per chiamare a rispondere i gestori anche per le conseguenze negative derivanti da decisioni rientranti nella loro sfera di discrezionalità, le quali, invece, non possono essere reputate fonte di responsabilità, né, tanto meno, di danno risarcibile.

Il curatore, inoltre, finisce per trovarsi in una posizione processuale decisamente più vantaggiosa, benché priva di validi agganci normativi, rispetto a quella degli amministratori (e dei sindaci) convenuti in giudizio, attraverso un'inversione dell'onere della prova, che, il più delle volte, diventava per i convenuti una vera e propria probatio diabolica in quanto gravati, in modo anomalo rispetto alle regole in tema di ripartizione dell'onere della prova, della dimostrazione della mancanza del nesso di causalità tra la loro condotta ed il deficit lamentato dal curatore fallimentare (JAEGER, La responsabilità degli amministratori, cit., 550).

In termini più generali, si è affermato che non è giuridicamente corretto accomunare indistintamente e ricomprendere in un'unica voce di danno tutte le conseguenze (negative) dell'intera gestione sociale, che possono, invece, scaturire anche da fattori del tutto estranei alla condotta commissiva od omissiva di gestori e controllori, come quelli riconducibili al rischio di impresa (FRANZONI, Le responsabilità civili degli amministratori di società di capitali, Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell'economia, Padova 1994, 101).

Il quadro giurisprudenziale

La Corte di cassazione - preceduta dalla giurisprudenza di merito (Trib. Roma 7 marzo 1991, NGCC, 1992, I, 283; Trib. Napoli, 27 novembre 1993 Fall. 1994, 861) - ha, infine, superato l'orientamento tradizionale, ritenendo che il danno risarcibile debba essere determinato, a norma dell'art. 1223 c.c., in relazione alle conseguenze dirette ed immediate delle singole violazioni riscontrate, avendo riguardo, quindi, al concreto ed effettivo pregiudizio che l'atto illecito ha cagionato al patrimonio della società.

Possono considerarsi espressione di tale mutato indirizzo, ex aliis: Cass. civ., sez. I, 17 settembre 1997, n. 9252, a tenore della quale «in tema di azione di responsabilità nei confronti degli organi sociali, quando il fondamentale addebito loro imputabile si individua nel dovere di intraprendere nuove operazioni, in caso di fallimento della società, il danno, in linea di principio, non può automaticamente identificarsi nella differenza tra attivo e passivo nel fallimento, dovendo applicarsi le regole sul nesso di causalità materiale. Tuttavia, il danno può essere identificato nella differenza tra attivo e passivo, in mancanza di prova di maggior pregiudizio, se per fatto imputabile agli organi sociali si sia venuto a verificare il dissesto economico della società e il conseguente assoggettamento a fallimento»; Cass. civ., sez. I, 4 aprile 1998, n. 3483 nella cui motivazione (cfr.parag. 9.1 - 9.3.), disattendendosi il motivo di ricorso secondo cui la sentenza impugnata aveva  affermato, in modo incongruo ed irrazionale, che l'impossibilità di accertare la misura del danno concretamente attribuibile in modo diretto ad ogni singola violazione dei doveri degli amministratori, comportava che il danno non poteva che essere liquidato in modo generico e, in concreto, nella differenza tra passivo ed attivo fallimentare, si è ritenuto che «…una volta accertato che gli amministratori di una società riuniti in collegio abbiano consumato violazioni del loro doveri di diversa natura e riconducibili, distintamente, alle ipotesi di cui agli artt. 2449,2393 e 2394 c.c., e che da queste violazioni sia derivato un danno alla società, l'impossibilità di determinare in modo specifico il nesso esistente tra le singole violazioni e l'ammontare del danno globalmente accertato (ossia la concreta misura del danno conseguente ad ogni singola violazione) in conseguenza della circostanza che le scritture contabili sono state tenute in modo da impedire la ricostruzione a posteriori delle vicende societarie, lungi dal ridondare a vantaggio degli amministratori nel senso della loro assoluzione dall'azione di responsabilità … aggrava la loro responsabilità e si traduce in un pregiudizio per la loro posizione processuale, legittimando l'ascrivibilità dell'intero danno…»; Cass. civ., sez. I, 22 ottobre 1998, n. 10488, nella cui motivazionesi è chiarito, tra l'altro, che «… la tesi che individua l'ammontare del danno in entità corrispondente alla differenza di segno negativo tra l'attivo e il passivo …peraltro, fondatamente criticata dalla dottrina e sempre più spesso sottoposta a revisione nell'esperienza giudiziaria, non appare rispondente all'esigenza di una rigorosa verifica della sussistenza di un rapporto di consequenzialità causale tra la condotta illecita e il danno. Il rispetto di tale esigenza si risolve nella riaffermazione del principio che agli amministratori deve essere accollato il risarcimento dei danni che si pongano quale conseguenza immediata e diretta dalle commesse violazioni e nella misura equivalente al detrimento patrimoniale che non si sarebbe verificato se la condotta illecita degli amministratori non fosse stata attuata: da ciò derivano, nella maggior parte dei casi, conseguenze concretamente meno gravose per i responsabili, grazie alla esenzione dal risarcimento di quei danni che possano essere stati provocati da fatti a loro non imputabili: ma non è da escludere che ne consegua, come nel caso in esame, il riconoscimento di un più pesante onere risarcitorio rispetto a quello che si vorrebbe delimitare in funzione del solo deficit fallimentare…».

L'inversione di rotta della giurisprudenza ha raggiunto il suo culmine con due note sentenze della Corte di cassazione del 2005 le quali hanno fermamente riaffermato, anche in sede fallimentare, i principi civilistici in materia di responsabilità, specie per quanto concerne colpevolezza e nesso di causalità, ed hanno stabilito che il criterio della differenza tra attivo e passivo fallimentare rimane utilizzabile, quale criterio presuntivo e salva la prova contraria del minor danno, solo nel caso in cui il curatore si trovi nell'assoluta impossibilità di procedere alla ricostruzione delle vicende societarie per la sostanziale mancanza delle scritture contabili, sempre che sia logicamente plausibile che il comportamento illegittimo degli amministratori, in relazione alle circostanze del singolo caso, abbia potuto provocare un danno corrispondente all'intero sbilancio patrimoniale della società, quale accertato in sede concorsuale (Cass. civ. n. 3032/2005, F.it., I, 2006, 1898; Cass. civ. n. 2538/2005, G.it. 2005, 1637).

A queste sentenze si è successivamente uniformata, almeno in linea di principio, la gran parte delle decisioni dei giudici di merito (cfr. in tal senso Trib. Catania, 25 ottobre 2000, Giur. comm. 2001, II, 729 ss. App. Milano, 11 luglio 2007, Soc. 2008, 590 ss.; Trib. Napoli, 27 novembre 2003, Fall. 1994, 861; Trib. Napoli, 31 maggio 2006, Soc. 2007, 1125; Trib. Torino, 15 aprile 2005, G.it. 2005, 1859; Trib. Torino, 6 maggio 2005, G.it. 2005, 1858; Trib. Torino, 12 gennaio 2009, Fall. 2010, 35; Trib. Milano, 10 marzo 2010, Soc. 2010, 774) e della stessa Suprema Corte.

Non sono, tuttavia, mancate sentenze che, al contrario, hanno riaffermato, anche in sede di legittimità, l'idea per cui la mancata tenuta delle scritture determini un'inversione della prova in ordine al rapporto di causalità, nel senso che, non essendo possibile individuare gli effetti delle condotte illecite e non essendo ciò possibile per un fatto imputabile agli stessi amministratori convenuti in giudizio, il nesso causale si presume e l'amministratore, salvo che non dimostri che il danno non sussiste o è minore, può essere condannato al risarcimento nella misura della differenza tra passività ed attività fallimentari.

In tal senso, in particolare, hanno opinato Cass. civ., n. 5876/2011, secondo cui «la totale mancanza di contabilità sociale (o la sua tenuta in modo sommario e non intelligibile) è, di per sé, giustificativa della condanna dell'amministratore al risarcimento del danno, in sede di azione di responsabilità promossa dalla società a norma dell'art. 2392 c.c., vertendosi in tema di violazione da parte dell'amministratore medesimo di specifici obblighi di legge, idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale; al di fuori di tale ipotesi, che giustifica l'inversione dell'onere della prova, resta a carico del curatore l'onere di provare il rapporto di causalità tra la condotta illecita degli amministratori e il pregiudizio per il patrimonio sociale», e Cass. civ., n. 7606/2011, per la quale «… la totale mancanza di contabilità sociale, o la sua tenuta in modo sommario e non intellegibile, è di per sé giustificativa della condanna dell'amministratore al risarcimento del danno, in sede di azione di responsabilità promossa dalla società a norma dell'art. 2392 c.c., vertendosi in tema di violazione da parte dello amministratore medesimo di specifici obblighi di legge, idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale. (Cass. 3925/1979, Cass. 6493/85)», escludendone, tuttavia, la rilevanza nel caso deciso poiché «la sentenza impugnata ha rilevato, anzitutto, sulla scorta delle risultanze della CTU, che nel caso di specie non sussisteva una totale mancanza dei libri sociali perché alcuni di essi (specificatamente individuati) erano stati tenuti solo a partire da un certa epoca (anni 1983 - 84), mentre altri erano stati tenuti solo fino al 1984 ed ha ritenuto che tale, sia pure incompleta documentazione, che aveva determinato l'inattendibilità dei bilanci e dei conto profitti e perdite, non era tuttavia tale da impedire al curatore fallimentare di fornire la prova della esistenza del nesso di causalità tra il comportamento omissivo degli amministratori ed il pregiudizio al patrimonio sociale».

In definitiva, in tema di azione di responsabilità promossa dal curatore fallimentare contro gli ex amministratori e sindaci della società fallita, compete a chi agisce dare la prova dell'esistenza del danno, del suo ammontare e del fatto che esso sia stato causato dal comportamento illecito di un determinato soggetto, potendosi configurare un'inversione dell'onere della prova solo quando l'assoluta mancanza ovvero l'irregolare tenuta delle scritture contabili rendano impossibile al curatore fornire la prova del predetto nesso di causalità; in questo caso, infatti, la citata condotta, integrando la violazione di specifici obblighi di legge in capo agli amministratori, è di per sé idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio.

In tal senso sembra muoversi anche la pronuncia della Suprema corte del 2014 (Cass. civ. n. 2324/2014), per cui «la tenuta in modo sommario e non intellegibile della contabilità sociale è di per sé giustificativa della condanna dell'amministratore al risarcimento del danno, in sede di azione di responsabilità promossa dalla società a norma dell'art. 2392 c.c., vertendosi in tema di violazione da parte dell'amministratore medesimo di specifici obblighi di legge, idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale… in base a tale principio, la ricorrente non può far escludere la propria responsabilità in ordine alle risultanze della contabilità dell'impresa avendo lei stessa, quale amministratrice, avuto l'obbligo giuridico di custodirla e tenerla in modo formalmente corretto», pur escludendo che un danno economico per la società possa essere ritenuto sussistente prescindendo da ogni dimostrazione in ordine al quantum.

Le Sezioni Unite del 2015

In questo panorama, a comporre il contrasto, sono intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte che, con la sentenza n. 9100/2015, hanno, in particolare, osservato come «la pretesa d'individuare il danno risarcibile nella differenza tra passivo ed attivo patrimoniale, accertati in sede fallimentare, risulta fatalmente priva di ogni base logica non foss'altro perché l'attività d'impresa è intrinsecamente connotata dal rischio di possibili perdite, il cui verificarsi non può mai esser considerato per sé solo un sintomo significativo della violazione dei doveri gravanti sull'amministratore, neppure quando a costui venga addebitato di esser venuto meno al suo dovere di diligenza nella gestione, appunto in quanto non basta la gestione diligente dell'impresa a garantirne i risultati positivi», e ciò vale anche nel caso della mancata o irregolare tenuta delle scritture contabili. Infatti, l'omessa tenuta delle scritture contabili costituisce la violazione di uno specifico obbligo di legge in capo agli amministratori, (almeno potenzialmente) idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale, ma «non può … farsene in alcun modo derivare la conseguenza che quel pregiudizio si identifichi nella differenza tra il passivo e l'attivo accertati in sede fallimentare». «Una simile conseguenza non può esser fatta discendere nemmeno dalla considerazione che la mancanza (o l'irregolarità) delle scritture contabili impedirebbe al curatore che agisce in responsabilità contro l'amministratore della società fallita di ricostruire, e perciò di provare con sufficiente precisione, il danno sofferto dal patrimonio della medesima società (e dai suoi creditori), onde si giustificherebbe che l'onere della prova del danno e del nesso di causalità venga spostato a carico dell'amministratore convenuto, giacché è proprio l'illegittimo comportamento di costui ad impedire all'attore di assolvere quell'onere… Ma la mancanza o l'irregolarità della contabilità sociale … non sono legate da alcun potenziale nesso eziologico con il danno costituito dal deficit patrimoniale accertato in sede fallimentare. Ed allora il fatto che l'amministratore sia venuto meno ai suoi doveri di corretta redazione e di conservazione della contabilità non giustifica che venga posto a suo carico l'onere di provare la non dipendenza di quel deficit patrimoniale dall'inadempimento, da parte sua, di ulteriori ma non meglio specificati obblighi ».

In definitiva, hanno concluso le Sezioni Unite, «nell'azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento di una società di capitali nei confronti dell'amministratore della stessa l'individuazione e la liquidazione del danno risarcibile dev'essere operata avendo riguardo agli specifici inadempimenti dell'amministratore, che l'attore ha l'onere di allegare, onde possa essere verificata l'esistenza di un rapporto di causalità tra tali inadempimenti ed il danno di cui si pretende il risarcimento» e che «… la mancanza di scritture contabili della società, pur se addebitabile all'amministratore convenuto, di per sè sola non giustifica che il danno da risarcire sia individuato e liquidato in misura corrispondente alla differenza tra il passivo e l'attivo accertati in ambito fallimentare» (Conf. Cass. civ. n. 26197/2016; in precedenza, Cass. civ. n. 16050/2009; Cass. civ. n. 9619/2009; Cass. civ. n. 17198/2013, Cass. civ. n. 16211/2007; di recente, in tal senso Cass. civ. n. 38/2017).

Il criterio della differenza tra attivo e passivo fallimentare rimane, tuttavia, utilizzabile, ma solo in via residuale e quale mero parametro di liquidazione del danno in via equitativa ex art. 1226 c.c. (nella sua misura massiva: ferma restando, naturalmente, la possibilità, in relazione alle circostanze di singolo caso, di una condanna al pagamento di un importo minore) - nel solo caso in cui il curatore,  in conseguenza dell'accertata mancanza, originaria o procurata, di scritture contabili attendibili (Cass. civ. n. 17198/2013; Cass. civ. n. 11155/2012) o, più in generale, per effetto della mancata cura (da parte degli amministratori delegati) e vigilanza (da parte del consiglio di amministrazione e dei sindaci) di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato, in violazione dei doveri specifici a tal fine previsti dall'art. 2381 c.c., si trovi, oggettivamente (e, quindi, non per sua responsabilità), nell'impossibilità (o nell'estrema difficoltà) di procedere alla ricostruzione (anche incompleta e non puntuale, purché almeno sufficientemente approssimativa) delle vicende societarie e, quindi, nella «effettiva impossibilità di addivenire ad una ricostruzione (magari non completa e del tutto puntuale, ma almeno sufficientemente approssimativa) degli specifici effetti pregiudizievoli procurati al patrimonio sociale dall'illegittimo comportamento degli organi della società, ciascuno, ove occorra, distintamente valutato» (Cass. civ. n. 11155/2012). A tal fine, tuttavia, è pur sempre necessario, da un lato, che il danno al patrimonio sociale (che, di per sé, dev'essere allegato dall'attore e, comunque, provato nell'an) sia causalmente ascritto dal curatore ad un fatto illecito (astrattamente idoneo ad essere la causa di un danno pari al deficit patrimoniale accertato in sede fallimentare) - che ha, pertanto, l'onere di dedurre specificamente (Cass. civ., Sez. Un., n. 9100/2015) (ovvero, in ipotesi di responsabilità extracontrattuale, anche provare) in giudizio, purché diverso (JORIO, Differenza tra attivo e passivo e quantificazione del danno nelle azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori, Giur. comm. 2015, II, 650 ss, 667, 668) da quello consistito nella mera omissione o nella tenuta irregolare della contabilità (che di per sé, come detto, non provoca danni: Cass. civ., Sez. Un., n. 9100/2015), ed, in ogni caso, tale da rendere logicamente plausibile, in relazione alle circostanze del singolo caso, l'imputazione causale a detto comportamento dell'intero sbilancio patrimoniale della società, quale poi accertato in sede concorsuale (Cass. civ., Sez. Un., n. 9100/2015), e, dall'altro lato, che il curatore, prima, ed il giudice, poi, indichino le ragioni, sia stata impossibile (o estremamente difficile) l'individuazione e la prova degli specifici effetti negativi che quel comportamento ha avuto sul patrimonio sociale (Cass. civ., Sez. Un., n. 9100/2015).

Resta, tuttavia, salva la prova (da chi ne abbia l'interesse) del maggiore o minore danno arrecato (Cass. civ. n. 10488/1998) ed, in ogni caso, la necessità di adottare i correttivi necessari ad adeguare il quantum al deficit effettivo (cfr. Cass. civ. n. 9616/2009, la quale ha rilevato la necessità che, in sede di liquidazione equitativa, la determinazione dell'attivo e della conseguente differenza rispetto al passivo tenga conto delle azioni di recupero pendenti. Cass. civ. n. 17235/2014 per cui «la corte territoriale, una volta accertata la responsabilità degli amministratori e dei sindaci per la vendita sottocosto dell'immobile per verificare se tale operazione sia derivato un danno effettivo alla società ed ai suoi creditori sarà tenuta a valutare in via incidentale la fondatezza della domanda revocatoria»).

Il criterio del deficit è, invece, utilizzabile nel caso in cui sia accertato, in fatto, che gli amministratori (non necessariamente dopo la perdita del capitale sociale) abbiano - con atti per lo più configurabili come reato, come, ad es., una o più operazioni distruttive o altre operazioni dolose (che possono essere anche omissive)ovvero violando i doveri ad essi imposti dalla legge (come, ad es., il dovere di astenersi dalla prosecuzione della gestione a fronte della perdita del capitale sociale: art. 224, n. 2, l.fall.) – determinato o concorso a determinare il dissesto della società.

Se, però, gli amministratori hanno illegittimamente provocato, ad esempio colpevolmente omettendo o ritardando la presentazione dell'istanza di fallimento della società, non il dissesto della società ma solo il suo aggravamento, il danno conseguentemente arrecato alla società deve essere commisurato (non alla differenza tra attivo e passivo, che comprende anche debiti della società sorti prima dell'aggravamento dell'insolvenza, ma soltanto) ai debiti sorti dopo, e, più precisamente, ai debiti che non sarebbero sorti se gli amministratori avessero, appunto, tempestivamente azionato le misure dovute in relazione al caso Cass. civ. n. 23233/2013, oltre ai danni corrispondenti alla consolidazione di atti e/o pagamenti che deriva dal ritardo con cui è stato dichiarato il fallimento (JORIO, La determinazione del danno risarcibile nelle azioni di responsabilità, Giur. comm. 2011, 153 ss.).

Nell'uno e nell'altro caso, peraltro, la responsabilità degli amministratori in corrispondenza dell'indebito aumento del passivo sussiste anche nel caso in cui la società abbia interamente perduto il capitale sociale o, più radicalmente, il suo patrimonio.

In conclusione

Il danno risarcibile è, in conclusione, determinato in base alle norme che, in generale, tanto per la responsabilità contrattuale (artt. 1223 ss. c.c.) quanto per quella extracontrattuale (art. 2056 c.c.), regolano la materia, vale a dire gli artt. 1223, 1225, 1226 e 1227 c.c.) e corrisponde, in sostanza, alla perdita patrimoniale e/o al mancato guadagno che la società (al netto di quanto abbia ricevuto in conseguenza dello stesso atto illecito) abbia, per l'effetto, subìto, avendo riguardo agli specifici inadempimenti dell'amministratore, che il curatore ha l'onere di allegare, onde possa essere verificata l'esistenza di un rapporto di causalità tra tali inadempimenti ed il danno di cui si pretende il risarcimento.

Tuttavia, nel caso in cui il curatore si trovi, oggettivamente (e, quindi, a prescindere da chi ne abbia la responsabilità), nell'impossibilità o nell'estrema difficoltà di procedere alla ricostruzione (anche incompleta e non puntuale, purché almeno sufficientemente approssimativa) delle vicende, specie patrimoniali, che hanno riguardato la società - per la mancanza, originaria o successiva, di scritture contabili attendibili - e, per tale via, individuare le specifiche conseguenze pregiudizievoli che gli amministratori (i liquidatori, i sindaci, ecc.) hanno arrecato (o non hanno impedito) al patrimonio sociale, il danno può essere liquidato dal giudice, in via residuale ed equitativa, in base al parametro del deficit accertato in sede fallimentare, sempre che, in ragione delle specifiche caratteristiche del singolo caso, sia logicamente plausibile (e adeguatamente motivato) che l'intero sbilancio fallimentare, così come (poi) accertato a norma degli artt. 92 e ss. l.fall., possa essere causalmente imputabile all'atto o al comportamento illecito compiuto dagli amministratorie, comunque, con salvezza della prova contraria del minore o del maggiore danno arrecato ed, in ogni caso, con i correttivi necessari ad adeguare il quantum al deficit effettivo, vale a dire le sopravvenienze attive e/o passive nel corso della procedura e le iniziative recuperatorie intraprese dal o nei confronti del curatore.

Il deficit fallimentare, infine, costituisce il parametro di liquidazione, in via diretta, del danno nel caso in cui sia accertato, in fatto, che gli amministratori hanno illecitamente cagionato o concorso a cagionare il dissesto della società. 

Guida all'approfondimento

BONELLI, La responsabilità degli amministratori di s.p.a. dopo la riforma delle società, Milano 2004;

BONELLI, La responsabilità degli amministratori, Trattato delle società per azioni diretto da Colombo e Portale, Torino 1993;

FERRARO, Responsabilità degli amministratori di società e quantificazione dei danni in sede fallimentare, Dir.Fall. 2013;

PATTI, Il danno e la sua quantificazione nell'azione di responsabilità contro gli amministratori, Giur. com. 1997;

RORDORF, La responsabilità civile degli amministratori di s.p.a. sotto la lente della giurisprudenza, I parte, Soc. 2008;

VITIELLO, Il danno risarcibile nelle azioni di responsabilità della curatela, Giur. com. 2013.

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