Giurisprudenza commentata

Copertura assicurativa: danni non verificatisi durante l'esecuzione dei lavori e distinzione tra clausole limitative della responsabilità e oggetto del contratto

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

In materia di polizze assicurative professionali per i danni contro i terzi, la clausola che individua l'oggetto della garanzia nel fatto accidentale verificatosi in relazione allo svolgimento dell'attività dichiarata in scheda di copertura è da ascriversi all'area dell'oggetto del contratto.

Siffatte clausole, per la loro portata, differiscono dalle c.d. clausole limitative della responsabilità (cui è necessaria invece la preventiva sottoscrizione di cui all'art. 1341 c.c.), le quali sono finalizzate alla limitazione della colpa o dell'inadempimento dell'assicurato o che escludono il rischio garantito.

Il caso

C.E. decedeva a causa di esalazioni di monossido di carbonio la cui emissione era derivata da lavorazioni eseguite, in assenza delle dovute cautele, da una ditta di impianti termoidraulici su un diverso appartamento situato all'interno del medesimo complesso condominiale.

Nell'ottobre del 2012, M.A.R., C.S. e G.A.M., rispettivamente, madre, sorella e moglie di C.E. convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Roma P.P., chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito della morte del loro congiunto.

Il P.P. si costituiva in giudizio resistendo alle pretese attoree, chiedendo ed ottenendo la chiamata in causa a manleva della Fondiaria SAI, in caso di soccombenza.

Costituitasi in giudizio la terza chiamata, negava la copertura assicurativa avanzata dal P.P. adducendo l'insussistenza delle condizioni di operatività della garanzia non rientrando il sinistro occorso al C.E. e la conseguente morte, nel novero dei rischi coperti dalla polizza sottoscritta dal professionista.

Il Tribunale di Roma, rigettata ogni altra domanda, condannava il convenuto al pagamento della somma di € 189.000,00 in favore di G.A.M..

Avverso siffatta pronuncia il P.P promuoveva appello principale, mentre M. e C. gravame incidentale.

La Corte d'Appello adita accoglieva l'appello principale e conseguentemente condannava in solido tra loro, il P.P. e la Fondiaria Sai, al risarcimento dei danni come determinati in primo grado in favore di G.A.M., confermando nel resto la sentenza.

Impugnando tale sentenza ricorrono per Cassazione, formulando un solo motivo, M.A.R., C.S. e G.A.M. mentre la FONDIARIA SAI spa promuoveva a sua volta ricorso incidentale suffragato da cinque motivi, nonché, proponeva autonoma impugnazione di contenuto sovrapponibile a quanto esposto nel controricorso.

La questione

In tema di assicurazione, quando il contratto riporti una clausola che esclude dall'operatività della garanzia i danni non avvenuti durante l'esecuzione dei lavori, la sorte della manleva è ascrivibile all'area dell'oggetto del contratto o piuttosto a quella della limitazione della responsabilità?

Le soluzioni giuridiche

La responsabilità contrattuale, lo dice il nome stesso, discende dalla violazione degli obblighi che le parti determinano di concerto nel regolamento contrattuale.

I principi cardine della contrattualistica posso essere rinvenuti certamente nell'autonomia e libertà contrattuale di cui all'art. 1322 c.c., che consente ai contraenti di determinare liberamente (non arbitrariamente) la tipologia e il contenuto dell'accordo.

In tal senso, viene in rilievo la facoltà delle parti di derogare i dettati normativi nei limiti di legge.

Al riguardo, il Codice Civile disciplina le clausole limitative della responsabilità contemplandone espressamente un duplice divieto.

La norma di riferimento è l'art. 1229 c.c. il quale, al comma primo, prevede la nullità di qualsiasi convenzione che escluda o limiti preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave mentre, al secondo comma, di qualsiasi patto preventivo di esonero o di limitazione di responsabilità per i casi in cui il fatto del debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di obblighi derivanti da norme di ordine pubblico.

La ratio sottesa ai c.d. patti d'irresponsabilità ha fatto registrate in dottrina diversi orientamenti, primo fra tutti, quello che considera tale norma uno strumento a tutela degli equilibri contrattuali.

Le modifiche che di concerto le parti possono porre al regolamento negoziale trovano una propria regolamentazione anche nel Codice del Consumo di cui al D.lgs. n. 206/2005.

Sul punto, rileva in particolare l'art. 33 Cod. Cons. che proprio in materia di clausole da considerarsi vessatorie, ex se, salvo la prova contraria - inserite nel contratto tra professionista e consumatore - rinviene alla lett. a) del medesimo articolo un'ipotesi di esclusione e/o limitazione della responsabilità del professionista.

A precisazione di quanto appena affermato per clausole vessatorie (che la Corte ha escluso nel caso di specie essendo P.P. qualificabile come professionista) s'intendono quelle clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto (art. 33, comma 1, Cod. Cons.) e che, in virtù della tutela apposta a quest'ultimo quale contraente debole, sono da considerarsi nulle.

Per completezza, si precisa inoltre che le lett. a) e b) del citato articolo sono da qualificarsi quali nullità di protezione prevedendo per le stesse la declaratoria di nullità anche, ove siano state oggetto di trattative tra le parti (v. art 36 Cod. Cons.).

Ebbene, più in generale e precisamente in ambito contrattualistico, le clausole limitative della responsabilità (art. 1229 c.c.) ove poste in favore del predisponente, quali condizioni generali di contratto (art. 1341 c.c.) o inserite all'interno dei c.d. contratti standardizzati (art. 1342 c.c.) debbono, pena l'inefficacia, essere specificatamente approvate per iscritto (v. art. 1341, comma 2 e 1342, comma 2, c.c.).

Tale incombente è posto al sol fine di assicurare l'attenzione del contraente debole verso la clausola a lui sfavorevole.

Corollario di quanto detto, è certamente l'importanza che l'attività ermeneutica assume con riferimento alle clausole contrattuali essendo la stessa volta a comprendere il loro reale significato, rilevando in tal senso l'art. 1362 ss. c.c.

Il Codice Civile pone, infatti, una serie di regole interpretative di natura soggettiva, ovvero fondate sull'intenzione delle parti (dall'art. 1362 all'art. 1365 c.c.), seguiti dall'applicazione, in via meramente residuale, dei canoni ermeneutici oggettivi (dall'art. 1367 all'art. 1371 c.c.) cosiddetti in quanto prescindono dalla volontà dei contraenti.

Nello specifico, in ordine a quanto sin qui esposto, rileva l'art. 1370 c.c. che prevede, nell'ipotesi d'interpretazione dubbia di una clausola contrattuale (inserita nelle condizioni generali di contratto), di aderire  a quella sfavorevole all'autore che l'ha predisposta, a vantaggio dell'altro contraente (debole).

A quanto sin qui esposto, è sottesa la problematica giuridica afferente la distinzione, oggetto della sentenza in commento, intercorrente tra le clausole limitative della responsabilità e quelle diverse afferenti l'oggetto del contratto, il tutto ancor più dirimente ove le clausole al vaglio interpretativo siano proprio quelle contenute nei contratti di assicurazione volte a prevedere un limite al massimo d'indennizzo previsto.

Prima di entrare nel vivo della questione è necessario dare contezza del disposto di cui all'art. 1917 c.c. il cui schema contrattuale prevede che l'obbligazione dell'assicuratore ha ad oggetto i sinistri che si sono verificati durante il periodo di efficacia del contratto di assicurazione, potendo pertanto la richiesta di risarcimento danni pervenire all'assicurato anche successivamente alla cessazione della polizza assicurativa, purché l'evento si sia verificato durante il periodo assicurato.

Posta, così, la fisionomia del contratto assicurativo, s'introduce ora la disamina oggetto della questione giuridica sottesa alla pronuncia in esame, ovvero, quando una clausola posta all'interno di un contratto assicurativo acquisisca i connotati limitativi della responsabilità o afferisca, diversamente, all'oggetto del contratto.

Ebbene, risulta pacifica - seppur in via teorica - la distinzione tra le suddette clausole, individuandosi quelle c.d. limitative della responsabilità, in quelle clausole limitative delle conseguenze della colpa o dell'inadempimento o idonee ad escludere il rischio garantito mentre attengono all'oggetto del contratto quelle clausole che riguardano il contenuto e i limiti della garanzia assicurativa e, pertanto, volte a specificare il rischio contrattuale individuandone con esattezza il contenuto (sul tale distinzione Cass. civ., sez. III, 27 luglio 2001 n. 10290, Cass. civ., sez. III, 28 ottobre 2014, n. 22806, Cass. civ., sez. III, 7 aprile 2010 n. 8235 e Trib. Nola 13 giugno 2011).

Tale distinzione non è solo teorica, bensì, mostra una considerevole portata pratica, essendo la prima tipologia di clausole assoggettata al regime previsto dall'art. 1341 c.c., in quanto particolarmente gravose per uno dei contraenti, non invece le seconde.

Ancor più importante risulta essere il compito del Giudice che, nell'esercizio della sua funzione ermeneutica oltre che applicativa - sussumendo il caso concreto a norme di diritto –, è chiamato a decidere in ordine alla qualificazione delle clausole nell'una o nell'altra categoria con conseguenze giuridiche rilevanti (v. Cass. civ., sez. III, 27 luglio 2001, n. 10290).

Sul punto, la sentenza in commento si allinea alla giurisprudenza richiamata in ambito assicurativo: rientrano nell'area dell'oggetto del contratto (pertanto non assoggettate al regime di cui all'art. 1341 c.c.) le clausole destinate a circoscrivere l'ambito dei sinistri che le parti hanno voluto porre a carico dell'assicuratore, precisamente, soltanto a quelli verificatisi nel corso dell'esecuzione dei lavori.

Una siffatta clausola, infatti, per i Giudici di legittimità non è finalizzata ad un'indebita eliminazione, in toto, del rischio «considerato che notoriamente la maggior parte degli incidenti avvengono proprio durante la fase di realizzazione delle opere».

Osservazioni

Alla luce delle considerazioni suesposte e della giurisprudenza richiamata sono ora limpide le censure mosse dalla Suprema Corte al ragionamento giuridico seguito dalla Corte territoriale.

Quest'ultima, infatti, sembra aver disatteso l'orientamento prevalente, oramai granitico, che in via di principio fissa la distinzione, seppur spesso labile in ambito assicurativo, tra clausole c.d. limitative della responsabilità e quelle che, diversamente, afferiscono al contenuto.

La ratio che rende un siffatto discrimen di estrema importanza risiede nella volontà del legislatore di impedire fenomeni di irresponsabilità che potrebbero pregiudicare il contraente debole.

La chiave di volta della questione risulta, pertanto, essere l'attività interpretativo-applicativa svolta dal Giudice.

Tale compito risulta però non sempre di agevole realizzazione, soprattutto in considerazione dei regolamenti contrattuali predisposti dalle compagnie di assicurazione.

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