Giurisprudenza commentata

Il risarcimento del danno non patrimoniale in forma di rendita vitalizia. Percorribilità e praticabilità dell'istituto

Sommario

Massima | Un caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Il risarcimento del danno non patrimoniale per la grave lesione del bene salute ben può essere risarcito, in alternativa al metodo tradizionale, con lo strumento della rendita vitalizia ex art. 2057 c.c., ove le circostanze del caso lo indichino, quali la oggettiva gravità della situazione in cui versi la vittima, il carattere permanente del danno e l'impossibilità di stabilire, in modo oggettivo, una durata presumibile della vita della danneggiata (ormai già in età molto avanzata).

Con riferimento alla costituzione di una rendita, si osserva che, nonostante la sua scarsissima applicazione pratica, tale strumento (come già affermato dalla Suprema Corte, cfr. Cass. n. 24451/2005) offre un importante criterio di liquidazione del lucro cessante, consentendo al giudice, d'ufficio (e dunque senza la necessità di una specifica domanda in tal senso), di valutare la particolare condizione della parte danneggiata e la natura del danno, con tutte le sue conseguenze.

Un caso

Un caso di responsabilità sanitaria si segnala alla attenzione degli interpreti non solo per il richiamo puntuale alla disciplina giuridica che regge oggi nel nostro ordinamento il sistema della responsabilità da colpa sanitaria (dopo l'entrata in vigore della l. n. 24/2017), ma questa volta soprattutto per il criterio di attribuzione delle somme a titolo di ristoro del danno alla persona “non patrimoniale”.

Tale passaggio della motivazione, infatti, si pone in rilievo non tanto per il carattere inedito del meccanismo adottato in sede decisoria, sebbene per la sua inusuale adozione nello specifico ambito compensativo della menomazione permanente conseguente a lesione del bene salute.

La vicenda che riferiamo nasce dunque da una richiesta di risarcimento dei danni promossa da una donna vittima di un errore sanitario dal quale ne derivava una grave compromissione in termini di danno biologico, con la quasi totale menomazione della salute e delle funzioni “dinamico relazionali”.

In particolare, si legge nella decisione che, con riferimento al nesso eziologico tra condotta e danno prodotto, «nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell'attore, paziente danneggiato, dimostrare l'esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento (onere che va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del "più probabile che non", la causa del danno), con la conseguenza che, se, al termine dell'istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata»(cfr. Cass. civ., n. 975/2009; Cass. civ., n. 17143/2012; Cass. civ., n. 4792/2013; Cass. civ., n. 18392/2017)».

 

La prova del nesso causale, quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l'inadempimento del rapporto curativo, si sostanzia nella dimostrazione che l'esecuzione della prestazione sanitaria si è inserita nella serie causale che ha condotto all'evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento.

Nel caso specifico, le circostanze acquisite sul piano istruttorio (con l'espletamento della consulenza medico legale, specialistica) inducevano il giudicante univocamente a ritenere che la struttura sanitaria convenuta non avesse adempiuto con la necessaria diligenza e la dovuta prudenza alle proprie obbligazioni. In particolare, emergeva che non erano stati adottati tutti gli accorgimenti diagnostico-terapeutici previsti dalle linee guida, con conseguente condanna della struttura al risarcimento die danni tutti patiti dalla paziente, patrimoniali e non patrimoniali.

Accertata la responsabilità della struttura ospedaliera, il giudice (Tribunale Civile di Milano, sentenza del 15 maggio 2019, Dott.ssa Martina Flamini) era quindi chiamato a decidere l'entità del risarcimento economico spettante alla parte lesa.

La questione

Venendo alla questione centrale che, a nostro giudizio, eleva la decisione in commento a rilievo attentivo alla luce della usuali e diverse modalità liquidative del danno non patrimoniale, si può premettere quanto segue.

È noto che nel nostro ordinamento la magistratura ha affinato le modalità di riconoscimento dei pregiudizi subiti dalla persona e, soprattutto, le tecniche risarcitorie, secondo lo schema della “compensatio lucri cum damno”, che consente di risarcire la lesione di beni immateriali (come la salute e il danno biologico e morale) con l'erogazione di una somma di danaro unitaria ed anticipata.

La stessa giurisprudenza ha delineato nel tempo dei meccanismi empirici di calcolo per il danno e per la determinazione della componente economica destinata alla sua compensazione, elaborando delle tabelle di conto utilizzate in tutto il territorio nazionale (note come “tabelle” di liquidazione del tribunale di Milano).

Questo meccanismo di calcolo consente di risarcire progressivamente il danno con importi tanto più elevati quanto più grave è la lesione ed è normalmente calibrato sulla presumibile durata della così detta “vita residua” della vittima, sul presupposto logico che più lungo è il tempo della vita menomata, maggiore sarà il patimento ed il conseguente ristoro.

La sentenza che si segnala ha, in questo contesto, la particolarità di rompere questa consuetudine, perché invece che erogare un'unica somma anticipata e capitalizzata, dispone la sua suddivisione in versamenti annuali (nella forma appunto della rendita vitalizia) fino alla fine della vita della vittima.

Per tradurre il provvedimento in cifre, la somma che normalmente verrebbe riconosciuta, in casi analoghi e secondo il meccanismo risarcitorio “tradizionale”, in circa 595.000 Euro, viene suddivisa in una rendita annuale di Euro 64.200 da versarsi in via anticipata e per tutta la durata della vita della danneggiata.

A tale erogazione la parte obbligata al risarcimento viene altresì condannata a versare, sempre con lo schema della rendita vitalizia, la somma annuale di € 15.600 in via anticipata a titolo di danno patrimoniale futuro per il costo della assistenza domiciliare a persona gravemente menomata e non autonoma nello svolgimento delle sue funzioni esistenziali basali.

La questione che pone questa importante decisione è se lo strumento della rendita vitalizia (prevista nel nostro ordinamento dall'art. 2057 c.c.) possa essere adattato, quale meccanismo compensativo ed equitativo del ristoro del pregiudizio sofferto da una vittima, soprattutto nell'ambito del risarcimento del danno alla persona di natura non patrimoniale, e quali ne siano i presupposti ed i meccanismi applicativi.

La decisione analizzata ha innanzitutto un primo importante pregio: quello di mettere al centro della attenzione del dibattito dottrinale e giurisprudenziale un istituto del nostro ordinamento, troppo poco utilizzato invero, e rivalutarne la sua finalità, volta ad adattare alle caratteristiche del caso concreto uno strumento di congruità ed al tempo stesso di pienezza del ristoro.

Le soluzioni giuridiche

Nel propendere verso la soluzione adottata, il tribunale di Milano non si nasconde la “scarsissima applicazione pratica” di questo strumento risarcitorio, ma ciò nonostante ne evidenzia le peculiarità e le funzionalità in ragione di una migliore attinenza del compenso alla reale portata del danno subito.

In vero, proprio la oggettiva gravità della situazione in cui versa l'attrice, il carattere permanente del danno e l'impossibilità di stabilire, in modo oggettivo, una durata presumibile della vita della danneggiata (ormai già in età molto avanzata), induce il Tribunale a provvedere, ai sensi dell'art. 2057 c.c., mediante la costituzione di una rendita vitalizia (art. 1872 c.c.).

È quindi la situazione oggettiva, rara ma non infrequente, dettata dalla età avanzata della vittima di concerto con una condizione degenerativa che rende imprevedibile l'entità della vita residua, ad indurre il giudice verso questo strumento messo a disposizione dal legislatore con la norma richiamata: “quando il danno alle persone ha carattere permanente la liquidazione può essere fatta dal giudice, tenuto conto delle condizioni delle parti e della natura del danno, sotto forma di una rendita vitalizia”.

Per la quantificazione della detta rendita, il tribunale osserva che devono essere presi in considerazione i seguenti elementi:

- Le somme dovute alla ricorrente a titolo di danno non patrimoniale e patrimoniale, nonché;

- “Una presumibile aspettativa di vita decennale (in considerazione dell'età della ricorrente, ma anche del carattere ormai cristallizzato delle lesioni, che non incidono, per quanto evidenziato dai CTU, sulle aspettative di vita), presa in considerazione ai soli fini della quantificazione della rendita”.

Certamente nella prassi giurisprudenziale questo strumento di liquidazione del danno è sempre stato visto in una cattiva luce, attesa la evidente maggiore “appetibilità” di una somma integrale ed anticipata e la macchinosità degli strumenti di assolvimento del debito dilazionato: erogazione ripetitiva annuale e obbligo di costituire una garanzia finanziaria per le erogazioni future.

Già sollecitato da una parte della dottrina (si veda M. ROSSETTI, “Il danno alla Salute”,  2017, pagg. 707 e ss.), l'uso di questo strumento per il vero si presta in certi casi ad una applicazione pratica più diffusa sia per la sua adattabilità al caso concreto, sia perché consente di rendere il risarcimento più allineato alla effettività della vita della vittima e meno legata a fattori di casualità ed imprevedibilità che invece connotano una liquidazione “tradizionale”, ingente ed anticipata.

Il Tribunale di Milano, dunque, dopo le decisioni assunte qualche tempo fa, torna a liquidare i danni sotto forma di rendita in modo tuttavia differente rispetto a quanto fatto a suo tempo.

Nelle decisioni precedenti, infatti, il Tribunale di Milano (sempre la prima sezione civile e sempre in tema di responsabilità sanitaria) aveva deciso di liquidare sotto forma di rendita il solo danno patrimoniale futuro, sia da lucro cessante che da spese di assistenza (si veda  Trib. Milano, 27 gennaio 2015, decisione confermata da App. Milano, 17 gennaio 2017 n. 165; Trib. Milano, 27 aprile 2017 n. 4681 e Trib. Milano, 27 aprile 2017 n. 4690).

A tale strumento si erano in seguito allineati anche altre rare decisioni di merito (vedi Trib. Trieste, 5 aprile 2012; Trib. Lodi 9 maggio 2013 n. 323; Trib. Bergamo, 23 febbraio 2016 n. 697 e, da ultimo, Trib. Palermo 5 luglio 2017 n. 3612).

Ancora più raro, per il vero, l'adozione di questo strumento per la liquidazione del danno non patrimoniale (a quanto ci consta, è stato reso pubblico sino ad oggi un unico precedente che ha previsto la liquidazione sotto forma di rendita anche del danno biologico, cfr. Trib. Genova 15 giugno 2005).

Orbene, in questa decisione dunque, il Tribunale di Milano si pone di fatto in un'ottica di assoluta distonia ed unicità rispetto ai precedenti tutti e su tale innovativo principio occorre svolgere alcune riflessioni di metodo.

Osservazioni

Il solco è tracciato, dunque e se questa pronuncia costituirà una prima via verso l'applicazione più frequente della rendita vitalizia, avremo oggi assistito ad una piccola e propositiva “rivoluzione” nei meccanismi di compensazione dei danni fisici, che ancora oggi sono al centro di un grande filone giudiziario e motore della primaria funzione socio-protettiva delle vittime di azioni illecite.

Invero, per parte nostra, osserviamo che lo strumento della rendita vitalizia non potrà mai costituire una alternativa valida ed indistinta a tutti i casi di risarcimento del danno non patrimoniale, in ipotesi di lesioni più o meno gravi del bene salute.

Lo stesso tribunale, nella decisione evidenziata, premette che alcune peculiarità della fattispecie a quo rendevano l'istituto idoneo alla migliore aderenza compensativa ed equitativa: la età avanzata della vittima, la gravità delle lesioni che, soprattutto, inducono a ritenere l'evoluzione patogena della menomazione tale da ridurre la proiezione vita rispetto alla durata media statistica (sulla base del quale dato vengono elaborati i meccanismi di computo delle tabelle risarcitorie).

Già questo elemento fattuale dunque, consente di ridurre il campo applicativo dell'istituto in questione.

Per altro verso, ad una prima riflessione, possono essere enucleati elementi positivi ed altri negativi in ordine alla adozione del meccanismo compensativo,  seppure nel limitato campo delineato nella decisione.

Quanto agli elementi positivi, come sostenuto nella decisione ed anche nella ricordata dottrina, la rendita consente di adattare il risarcimento (come certamente è per il danno patrimoniale futuro) alla effettività della durata della vita della vittima primaria, evitando che una premorienza della stessa (indotta proprio dalla  lesione e quindi generativa del distinto diritto proprio dei congiunti al risarcimento del danno per perdita del rapporto parentale) possa rivelarsi una indebita ed ingiustificata percezione di somme proprio in asse ereditario.

La percezione della sofferenze per la privazione funzionale e per la condizione soggettiva è un danno, ovviamente, personalissimo della vittima e di esclusiva percepibilità della stessa.

Del resto, la giurisprudenza ha da sempre elaborato il diverso meccanismo di calcolo del danno non patrimoniale alla persona proprio nelle situazioni in cui la vittima deceda prima di ottenere il risarcimento del danno complessivo (si parla in questo caso di danno da “premorienza” o “intermittente”) e non vi è ragione per negare dunque che lo stesso principio ispiratore (la adesione del compenso alla effettività del pregiudizio) possa ben essere adottato “all'inverso”, ovvero quando non sia possibile stabilire prima della liquidazione la portata effettiva della percezione menomante per il danneggiato.

Né va dimenticato che, in assenza di tabelle normative di liquidazione del danno non patrimoniale alla persona (a lungo disatteso è l'onere amministrativo di cui agli artt. 138 e 139 cod. ass., come modificati dalla legge n. 124 del 2017) quelle proposte dai tribunali dello Stato (le note “tabelle”) non sono altro che meri meccanismi dettati dalla consuetudine, se non proprio da semplici intuizioni (più o meno condivisibili) di componenti di un singolo organo giudicante (si vedano le recenti elaborazioni teoriche proposte come le “tabelle del Tribunale di Roma”).

In questa regolazione per “prassi” del computo risarcitorio, dunque, non pare in astratto criticabile, in assenza di un parametro obbligatorio e vincolante di fonte normativa, un esercizio discrezionale del giudice che, nella ricerca di un approdo equitativo e congruo, si avvalga di un istituto regolato dalla legge previsto proprio per le ipotesi in cui il giudice a ciò sia indotto dalle “condizioni delle parti” e dalla “natura del danno”.

Per altro verso, e per contro, osserviamo essenzialmente che lo strumento della rendita vitalizia parrebbe – adottato in casi particolari come sopra evidenziato per il caso specifico – prestare il fianco a considerazioni critiche per la distonia con il sistema risarcitorio da lesione del bene salute.

Per esempio, è notorio che la componente della sofferenza indotta dalla privazione funzionale propria del danno biologico possa essere (specie proprio per le lesioni più gravi) maggiormente apprezzata (in termini di pregiudizio) dalla vittima nel periodo prossimale all'accadimento menomante.

Più si è vicini cronologicamente all'antecedente causale del danno, insomma, maggiore è – nella percezione del “notorio” che però permea tutta la teoretica formativa della stessa tabella di Milano adottata nel caso specifico – la sofferenza o il danno morale che impatta nella sfera soggettiva della vittima.

Una proporzione meccanica e matematica per “quote annuali” del danno risarcibile, insomma, non andrebbe a scontare sul piano della congruità compensativa l'integralità del danno non patrimoniale, ove soprattutto la vittima non sopravvivesse per un ampio lasso di tempo dalla data della liquidazione del danno.

Ci pare che da sola questa considerazione vada ad intaccare uno dei caposaldo del sistema risarcitorio del danno alla persona che potrebbe essere, a nostro giudizio, superato, ove il giudice scorporasse dal valore unitario tabellare la componente del danno morale per risarcirla con proporzione inversa alla durata della rendita stessa, mantenendo una proporzione equilibrata invece per la componente biologica del danno complessivamente inteso.

La evidente macchinosità della soluzione pensiamo possa indurre a considerare per lo più non percorribile questa via, lasciando lo strumento della rendita ex art. 2057 c.c. insomma a nostro giudizio più utilmente relegato al risarcimento del pregiudizio patrimoniale.

Vi sono, infine, alcune considerazioni pratiche che – storicamente – hanno sempre costituito un' ostacolo empirico alla adozione di questo strumento a maggior ragione nell'ambito della liquidazione del danno non patrimoniale.

La percezione “rateizzata” (e quindi ridotta) del compenso risarcitorio non pare allineato alla funzione civilistica della responsabilità civile nella sua pienezza, tanto sotto l'aspetto sanzionatorio, quanto sotto il profilo della sua funzione di deterrenza.

Infine, ma non meno di rilievo, la questione della costituzione delle garanzie.

Nel caso qui esaminato, il tribunale condanna la parte soccombente a “stipulare una polizza sulla vita, a premio unico, a vita intera ed in forma di rendita a benefico” della danneggiata.

Questo strumento assicurativo risponde a principi di calcolo attuariali e strutturali che possono risultare particolarmente gravosi, se non persino sproporzionati rispetto alla indicazione astratta del risarcimento tabellare in  “unica soluzione”.  

Ciò perché il premio verrebbe calcolato non sulla reale (e ignota) durata della vita della vittima, bensì sulla statistica media di permanenza in vita di una persona sana, ove manchino specifici riferimenti scientifici per determinare la presumibile durata della vita residua.

Ciò determinerebbe dunque, in uno sviluppo attuariale tipico di polizze come quella indicata in sentenza, una grave sproporzione tra quanto verrebbe condannato a pagare un responsabile sulla base del sistema “tabellare” a risarcimento unico, rispetto quanto andrà eventualmente a conteggiarsi in sede negoziale con la costituzione di una polizza vita come quella disposta dal tribunale.

Un sasso nello stagno – dunque – sul quale spunto affinare e sviluppare la riflessione, che presenta però l'indubbio merito di segnalare il problema costituito dalla percezione di un erroneo risarcimento attribuito alla vittima ogni qual volta una parte dello stesso possa passare in asse ereditario a soggetti ( i congiunti) privi di titolarità attiva alcuna, avendo gli stessi per di più già ottenuto il pieno ristoro del danno, autonomo e jure proprio, detto della “lesione del rapporto parentale”.

 

 

Guida all'approfondimento

M.RODOLFI, La rendita vitalizia: nuove applicazioni da parte della giurisprudenza in tema di danno patrimoniale futuro, in Ridare.it, 14 giugno 2017

 
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