Giurisprudenza commentata

La responsabilità del commercialista, il suo inadempimento all’incarico affidatogli e la prova del danno

Sommario

Massima | Sintesi del fatto | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni e suggerimenti pratici dell’Autore |

Massima

Trib. Milano, sez. I civ., 24 giugno 2014. n. 8412

“Anche se è provato e comunque incontestato sia il conferimento dell’incarico professionale di gestire la contabilità di una società con tutti gli inerenti adempimenti fiscali, sia che il commercialista, in qualità di intermediario autorizzato, aveva omesso di procedere al deposito telematico della dichiarazione annuale IVA, tuttavia non è possibile condannare quest’ultimo al risarcimento del danno richiesto dalla società attrice quantificandolo sulla base delle cartelle esattoriali notificate dall’Erario, ove il professionista, sempre su delega dell’assistito, abbia impugnato le stesse ed il procedimento sia pendente in Cassazione, senza che la società contribuente abbia ancora versato alcun importo all’amministrazione tributaria e, anzi, la parte attrice non abbia in alcun modo adempiuto al proprio onere probatorio avente ad oggetto almeno la presunzione di definitività del recupero del credito da parte di quest’ultima”.

Sintesi del fatto

Il commercialista veniva convenuto innanzi al Tribunale di Milano dalla società dalla quale aveva ricevuto incarico di prestare consulenza contabile e fiscale dal 1995 e fino al 2010, inclusa la redazione e la trasmissione telematica delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, per ivi sentire dichiarare il suo inadempimento nonché la condanna al risarcimento dei danni. In particolare, la società attrice rilevava che, in relazione all’esercizio fiscale 2003, il professionista, pur avendo provveduto all’elaborazione della dichiarazione annuale ai fini IVA ed essendosi impegnato alla sua presentazione telematica, aveva poi omesso tale trasmissione, di talché l’Erario aveva spedito nel 2006 un avviso bonario relativo al recupero a tassazione del credito IVA indebitamente portato in detrazione e successivamente, nel 2007, aveva notificato alla società due cartelle esattoriali nelle quali veniva contestata al contribuente l’inammissibilità dell’importo IVA portato in compensazione perché, nonostante la corretta liquidazione dello stesso, il professionista incaricato aveva omesso di procedere al deposito telematico della relativa dichiarazione annuale. Dell’impugnazione di entrambe le suddette cartelle esattoriali veniva incaricato il medesimo professionista; quella contro una delle due veniva però dichiarata inammissibile dalla Commissione Tributaria perché tardiva. Successivamente, la Commissione tributaria provinciale ne annullava una con pronuncia confermata in secondo grado, mentre la seconda cartella era confermata in entrambi i gradi del giudizio. Su entrambe era comunque ancora pendente il giudizio innanzi alla Corte di Cassazione, proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la pronuncia di annullamento di una delle due cartelle e, in via incidentale, dal contribuente avverso la conferma dell’altra.

Il danno il cui risarcimento era domandato nel giudizio innanzi al Tribunale di Milano faceva riferimento non solo agli importi di cui alle menzionate cartelle esattoriali, ma anche agli interessi ed alle spese sostenute, ivi incluse quelle di cui ai giudizi svolti innanzi al giudice tributario, nonché all’eventuale ulteriore pregiudizio economico che avrebbe potuto derivare dall’omessa presentazione telematica delle dichiarazioni IVA per gli anni 2004-2008.   

Il Tribunale, nonostante la non contestazione da parte del convenuto relativa all’esistenza del rapporto professionale intercorso tra le parti avente ad oggetto la gestione contabile, fiscale e tributaria della società nonché gli adempimenti conseguenti, e soprattutto l’ammissione di non aver eseguito quello consistente nella presentazione telematica in qualità di intermediario autorizzato (per mera dimenticanza di una collaboratrice di studio che non aveva eseguito l’ordine impartitole) – su cui comunque, in tema di onere della prova, cita Cass. civ., S.U. 30 ottobre 2001 n. 13533 e Cass. civ., sez. III, sent. 9 gennaio 2007, n. 205 - esclude la sua condanna al risarcimento dei danni, in quanto non sufficientemente provati nella loro certezza ed effettività come conseguenti al comportamento del professionista, neppure a seguito dell’iscrizione a ruolo della somma: anzi, era ancora pendente il procedimento relativo alle cartelle esattoriali innanzi alla Corte Suprema né risultava, al momento della pronuncia qui commentata, versata alcuna somma da parte del contribuente, “con conseguente impossibilità di configurare l’esistenza ad oggi di un danno risarcibile”.

Pertanto il giudice di merito accerta l’inadempimento del convenuto “agli obblighi professionali di assistenza fiscale assunti nei confronti dell’attrice”, ma tale accertamento rimane “sterile”, ovvero privo di conseguenze, dato il rigetto di ogni domanda risarcitoria sia per l’omessa presentazione per via telematica della dichiarazione annuale IVA 2003 che per gli anni successivi, per i quali neppure risultava proposta da parte dell’Erario alcuna azione a carico della società contribuente.   

La questione

La questione in esame attiene fondamentalmente all’adempimento, da parte dell’attore, dell’onere di provare in modo adeguato l’asserita diminuzione patrimoniale. Sebbene, infatti, la presentazione per via telematica della dichiarazione annuale delle imposte abbia la natura di obbligazione di risultato in capo al professionista incaricato, tuttavia ove questo non vi abbia dato esecuzione e sia stato inviato al contribuente un avviso di accertamento, comunque “il danno risarcibile è rappresentato di norma dai maggiori oneri che il contribuente è costretto a sostenere nei confronti dell’Erario per effetto dell’errore commesso dal tributarista” (così in motivazione). Se, quindi, non emerge dai documenti della parte attrice la prova di aver sostenuto tali maggiori oneri in conseguenza all’inadempimento del convenuto (o, addirittura, neanche che l’Amministrazione tributaria abbia posto in essere un accertamento), ed escluso che essi possano desumersi dalla mera iscrizione a ruolo della somma da parte dell’amministrazione tributaria, la domanda sul punto deve essere rigettata.

 

Le soluzioni giuridiche

Il Tribunale di Milano richiama la giurisprudenza della Suprema Corte secondo cui, in fattispecie quali quella oggetto del giudizio, la valutazione sia del danno emergente che del lucro cessante non può compiersi secondo gli usuali “criteri di certezza che presiedono alla liquidazione del danno già certamente definito ed immutabilmente cristallizzatosi al momento della proposizione della domanda e deve, dunque, essere valutato secondo un criterio di rilevante probabilità”; è cioè necessario che “sussista un rischio concreto di pregiudizio, configurabile come danno futuro ogni volta che l’effettiva diminuzione patrimoniale appaia come il naturale sviluppo di fatti concretamente accertati ed inequivocabilmente sintomatici di quella probabilità, secondo un criterio di normalità fondato sulle circostanze del caso concreto” (Cass. civ., sez. III, 27 aprile 2010 n. 10072). Trattasi del criterio utilizzato in generale per la responsabilità dei professionisti, ad esempio per il notaio che aveva predisposto una scrittura privata di compravendita senza eseguire le visure sull’immobile, risultato poi gravato da iscrizioni pregiudizievoli: la Cassazione ribalta le pronunce di primo e secondo grado che avevano escluso la sua condanna proprio sulla base dell’affermazione che “il danno futuro rispetto al momento della decisione non può mai essere declinato in termini di assoluta certezza, che esclusivamente si attaglia al pregiudizio già completamente verificatosi al momento del giudiziose…non basta la mera eventualità di un pregiudizio futuro per giustificare la condanna al risarcimento, per dirlo immediatamente risarcibile è invece sufficiente la fondata attendibilità che esso si verifichi secondo la normalità e la regolarità dello sviluppo causale”, con conseguente sufficienza della certa diminuzione di valore dell’immobile gravato da ipoteca anziché libero come ritenuto dall’acquirente. Cass. civ., sez. III, sent. 26 aprile 2010 n. 9917 ha affermato che, per poter accogliere la richiesta di risarcimento nei confronti del commercialista, oltre alla sua negligenza deve essere provata “la esistenza di eventuali errori nei quali era incorsa la Guardia di Finanza e le connesse probabilità di successo del ricorso”; in un caso simile a quello oggetto della sentenza in commento, Cass. civ., sez. III, del 22 gennaio 1996 n. 5264 in motivazione ha statuito “…[la corte di merito] ha cioè formulato, in ordine alle conseguenze positive che sarebbero derivate dalla presentazione del ricorso innanzi alla commissione tributaria, un giudizio prognostico di ragionevole probabilità alla stregua della legislazione vigente già all'epoca in cui il ricorso avrebbe dovuto essere proposto”.

In tema di responsabilità del difensore, si veda Cass. civ., 9 giugno 2004 n. 10966 (conforme a Cass. civ., 19 novembre 2004, n. 21894), secondo la cui motivazione “Il giudizio prognostico della probabile e presumibile fondatezza dell'azione giudiziale omessa per colpa del professionista nella specie è stato correttamente compiuto sulla scorta della situazione giuridica e fattuale esistente al momento della colpevole omissione, avendo sul punto il giudice del merito precisato che le prospettazione difensive, che potevano essere articolate in dipendenza di una più diligente condotta del professionista, avrebbero potuto avere una ragionevole certezza di venire accolte, indipendentemente dalla normativa successiva sul condono delle liti fiscali pendenti”; Cass. civ., sez. II, 27 maggio 2009, n. 12354 secondo cui “In tema di responsabilità civile del professionista, il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dall'insufficiente o inadeguata attività del professionista; pertanto - poiché l'art. 1223 c.c. postula la dimostrazione dell'esistenza concreta di una danno, consistente in una diminuzione patrimoniale – la responsabilità dell'avvocato per la mancata comunicazione al cliente dell'avvenuto deposito di una pronuncia sfavorevole - con conseguente preclusione della possibilità di proporre impugnazione - può essere affermata solo se il cliente dimostri che l'impugnazione, ove proposta, avrebbe avuto concrete possibilità di essere accolta”; Cass. civ., sez. III, 10 dicembre 2012 n. 22376, secondo cui “La perdita di una chance favorevole non costituisce un danno di per sé, ma soltanto - al pari del danno da lucro cessante - se la chance perduta aveva la certezza o l'elevata probabilità di avveramento, da desumersi in base ad elementi certi ed obiettivi (in base a tale principio la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva escluso la responsabilità d'un avvocato per aver provocato l'estinzione del giudizio di merito, in base all'assunto che non vi era alcuna certezza del fatto che, se non vi fosse stata l'estinzione, la pretesa del cliente sarebbe stata accolta)”.

Osservazioni e suggerimenti pratici dell’Autore

Nel caso in esame era assente qualsiasi tipo di prova sul danno risarcibile, al punto che il giudice di prime cure definisce quello attoreo un “assoluto vuoto probatorio”. In particolare, quanto all’anno 2003, i documenti prodotti in copia ed indicati come “verbali di pignoramento presso terzi” (che avrebbero dovuto comprovare che l’Erario, per garantire la sua pretesa fiscale, aveva posto in essere una attività cautelare di natura esecutiva) erano privi delle attestazioni relative alla loro notifica agli istituti di credito né erano indicati i conti correnti riconducibili alla debitrice né se e quali somme fossero aggredite da vincolo esecutivo: Neppure erano state documentate le spese sostenute per la difesa nei giudizi tributari che erano seguiti all’impugnazione delle cartelle esattoriali. Quanto agli anni 2004-2008, la società attrice aveva proposto domanda “in prevenzione”, ovvero per la mera ipotesi che l’Erario potesse promuovere azioni positive nei confronti del contribuente, senza che fosse dimostrato che ciò sia mai avvenuto (e, anzi, era probabile la prescrizione della potestà accertativa dell’Erario, non essendo stata esercitata fino al 2014, ovvero alla definizione del giudizio, o almeno non essendovi prova di ciò), né essa poteva essere interpretata come di condanna generica, poiché anche in tale caso – e ferma la necessità di proporre successivo giudizio – la parte interessata avrebbe dovuto ottemperare “all’onere di allegazione analitica dei fatti produttivi di danno”. 

I difensori di coloro che convengono i professionisti nei giudizi per loro assunta responsabilità civile dovranno adeguarsi all’elevato standard richiesto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità in tema di onere della prova, pena il rigetto della domanda e la sostanziale inutilità dell’azione esperita.

 

 

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