Giurisprudenza commentata

Prova liberatoria e bilanciamento fra doveri di precauzione e di cautela

Sommario

Massima | Sintesi del fatto | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni e suggerimenti pratici | Conclusioni |

Massima

Cass. civ., sez. III,  17 ottobre 2013, n. 23584

"Ai sensi dell'art. 2051 c.c., allorché venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l'adozione di un comportamento originariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell'evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito”.

Sintesi del fatto

La signora O.L. ha chiesto la condanna della società F.S. al risarcimento dei danni  subiti a seguito di una caduta, avvenuta nel negozio gestito dalla convenuta, sostenendo di essere inciampata   in uno scivolo metallico che congiungeva due diversi livelli dell'esercizio commerciale e che era scarsamente visibile per l'esistenza di un manichino.  Sia il Tribunale di Como che la Corte d'Appello di Milano hanno respinto la domanda attorea, ritenendo che  lo scivolo fosse ben visibile, distinto dal pavimento  e che la caduta fosse dovuta a disattenzione della signora, cosicchè il nesso causale fra cosa e danno ex art. 2051 c.c. veniva ritenuto interrotto.

O.L. ha impugnato la sentenza in Cassazione per falsa applicazione dell'art. 2051 c.c., affermando che fosse stato accertato che il tacco di una delle sue scarpe si era impigliato nel bordo leggermente rialzato del manufatto e che dunque la sopraelevazione era da considerarsi causa della caduta, senza che rilevasse la condotta della danneggiata. Deduceva altresì la mancata considerazione, da parte del Giudice del merito, della direzione tenuta dalla medesima al momento della caduta.

La pronuncia in oggetto ha rigettato il ricorso evidenziando che l'art. 2051 c.c. "contempla un criterio di imputazione  della responsabilità che, per quanto oggettiva in relazione all'irrilevanza del profilo della condotta del custode, è comunque volto a sollecitare chi ha il potere di intervenire sulla cosa all'adozione di precauzioni tali da evitare che siano arrecati danni a terzi".  La S.C. ha quindi  posto l'accento sul dovere di cautela  da parte di chi entri in contatto con la cosa, indicando come il giudizio sull'apporto causale della cosa o del comportamento della vittima o sul concorso causale fra i due fattori costituisca giudizio di merito che comunque sottintende un bilanciamento fra i detti doveri di precauzione e di cautela.

La questione

Le questioni in esame sono  le seguenti: l'art. 2051 c.c.  prevede un criterio di imputazione puramente oggettivo ovvero sottintende un giudizio di colpevolezza del custode ? Rileva ed in quale  misura l'obbligo di autotutela del danneggiato?

 

Le soluzioni giuridiche

Ai fini della responsabilità ex art. 2051 c.c. il danneggiato deve provare il nesso eziologico fra la cosa in custodia ed il danno, che può sussistere in due diverse tipologie di situazioni:

a) per un dinamismo intrinseco della cosa, provando cioè che l’evento dannoso è riferibile alla normale utilizzazione della  res nel suo complesso considerata (ad. Es.  App. Palermo 23.03.1995), una scala con un gradino danneggiato, un pavimento sdrucciolevole, un tappeto liso),

b) per l’insorgenza anche esterna di un agente dannoso (ad esempio, presenza sui gradini di liquido scivoloso, caduta di neve e ghiaccio dai tetti, mancanza di  illuminazione, incendio, ecc.).

Fondamentale obbligo del custode sarebbe  quello di  mettere la cosa in condizione di non nuocere ad altri sia dal punto di vista di una efficace e corretta manutenzione, sia dal punto di vista del controllo sulla cosa stessa, di modo che la cosa stessa non divenga  fonte di danno per i terzi.

La norma non richiede tuttavia prova alcuna della colpa del custode, che risponde in quanto tale e non fa  alcun riferimento espresso al c.d. “rischio di impresa” (cfr.  F. Realmonte, Caso fortuito e Forza maggiore,  in Digesto- Discipline privatistiche-, 1998, 248)

Non è agevole definire se la prova liberatoria del custode  incida solamente sul livello della colpa (aver fatto tutto il possibile per evitare il danno), ovvero, come pare più corretto ritenere, sul nesso causale, posto che la norma  richiama il “caso fortuito” ovvero l’intervento esterno di un fattore del tutto eccezionale, imprevedibile ed inevitabile che esclude , appunto, il nesso causale fra la cosa e l’evento dannoso (ad esempio eventi atmosferici di eccezionale intensità, tumulti popolari ).

Può integrare il caso fortuito anche il fatto indipendente di terzi che interrompa il nesso causale o il fatto colposo dello stesso danneggiato talmente pregnante da escludere del tutto il nesso causale con la cosa (cfr. Cass. civ. sez. III, 16 gennaio2009, n. 993). E’ principio consolidato che la cosa debba essere utilizzata in conformità alla sua natura e funzione e che il custode non risponda degli eventuali utilizzi impropri o abnormi.  L’imprudenza del danneggiato, in particolare, viene spesso  utilizzata, in giurisprudenza, per attenuare la rigidità della norma, che è ormai utilizzata come un “bancomat” , in un clima di totale deresponsabilizzazione degli utenti di qualsiasi servizio.(cfr. Cass. civ. sez III, 17 gennaio 2001, n. 584- che, confermando le sentenze di merito, precisa che ben il comportamento del danneggiato può integrare il fortuito incidentale che interrompe il nesso causale fra cosa e danno, degradando la cosa a mera “occasione” del sinistro e che quanto meno la cosa si presenta come di per sé intrinsecamente pericolosa, tanto più il danno da essa derivante può essere preveduto ed evitato dal cittadino tramite l’adozione di normali cautele cosicchè tanto più incide l’imprudenza del soggetto nell’elidere il nesso causale).

La sentenza in esame  conferisce rilevanza sia al dovere del custode di adottare precauzioni utili ad evitare che essa rechi danni a terzi sia al dovere di cautela dei soggetti che entrino in contatto con la cosa, doveri  che indica come suscettibili di un giudizio  di bilanciamento squisitamente di merito, a cavallo fra il giudizio di colpevolezza  e quello di causalità, in stretto rapporto con il livello di pericolosità intrinseca della cosa., con ciò sfumando verso la colpevolezza  il criterio di imputazione puramente oggettivo stabilito da altre pronunce (cfr. ad es. Cass. civ. sez. III, sent. 20 ottobre 2005 n. 20317; Cass. civ., sez. III sent. 19 maggio 2011, n. 11016).

Osservazioni e suggerimenti pratici

Le due  diverse tipologie  di riconducibilità causale del sinistro alla cosa vanno viste in alternativa fra loro e costituiscono due diverse fonti di responsabilità, agli effetti della domanda processuale e delle preclusioni : se il danneggiato agisce affermando, ad esempio,  di essere caduto da una scala  a causa, ad esempio, della presenza di liquido scivoloso sui gradini, non può poi, qualora la prova non sia raggiunta sul punto, addurre che la scala era di per sé pericolosa perché i gradini non erano visibili o per altre caratteristiche intrinseche (cfr. Cass. civ, sez III, 16 febbraio 2001, n. 2331).

Il Giudice di merito dovrà assumere la doverosa e necessaria istruttoria (senza limitarsi al commento soggettivo di fotografie prodotte dalle parti e prive di conferma testimoniale), quindi effettuare un rigoroso giudizio in fatto sulle caratteristiche della res, sulla dinamica dei fatti e  sul comportamento del danneggiato, onde stabilire, con dettagliata motivazione, se la cosa in custodia abbia svolto effettivamente il ruolo di causa del danno ovvero abbia costituito una mera “occasione” del suo verificarsi.

Conclusioni

Un’accurata motivazione in fatto della sentenza di merito può superare il vaglio del Giudice di legittimità a prescindere dall’opzione formale circa il criterio di imputazione della responsabilità, come nel caso in esame, in cui la S.C. ha valorizzato la corretta applicazione, da parte della Corte d’Appello, dei principi di diritto enunciati dopo avere ritenuto in fatto che la ricorrente era inciampata sul bordo delle scivolo metallico, perdendo la scarpa perchè il tacco si era impigliato nel bordo dello stesso e che la direzione tenuta dalla danneggiata non era rilevante, attesa la visibilità del manufatto e la mancanza di specificazione, da parte dell’interessata, di elementi utili a fondarne un giudizio di pericolosità intrinseca.

Leggi dopo