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Fumatore incallito per oltre trent’anni: colpevole per la malattia che ne ha provocato la morte

Colpevole il fumatore incallito che proprio a causa del suo atavico vizio deve affrontare gravissimi problemi di salute che ne causano poi la morte. Di conseguenza, è priva di fondamento, secondo i giudici, la richiesta di risarcimento avanzata nei confronti dell’azienda che ha prodotto e messo in commercio le sigarette rivelatesi poi fatali (Cass. civ., sez. III, sent. n. 1165/2020).

 

Pacchetti. La delicata vicenda riguarda un uomo, di origini campane, colpito da una «neoplasia epidermide al polmone – poi oggetto di metastasi – conseguenza immediata e diretta del consumo quotidiano di sigarette», quantificato in due pacchetti da venti ‘bionde’ al giorno per oltre trent’anni.
Una volta diagnosticata la gravissima patologia, l’uomo punta, assieme ai suoi familiari, a vedere riconosciute le responsabilità dei Monopoli di Stato e della British American Tobacco Italia spa, con annessa richiesta di risarcimento. I giudici di merito però respingono la domanda: sia in Tribunale che in Corte d’appello, difatti, viene sottolineato che il fumatore – deceduto, intanto, a processo in corso – «avrebbe potuto evitare, usando l’ordinaria diligenza, la condizione di dipendenza fisica e psicologica irreversibile da fumo» che l’ha poi condotto alla morte.

 

Scelta. A portare il caso in Cassazione sono ovviamente i parenti più stretti. A loro parere è priva di senso la valutazione compiuta in Appello, e in particolare viene sottolineato che la circostanza che il loro familiare «iniziò a fumare sigarette in giovane età e non abbia mai più smesso lungo l’intero corso della propria vita, lungi dal porsi come un comportamento imprevedibile ed eccezionale, costituirebbe, invece, un contegno fisiologico, indotto proprio dai produttori di tabacco». E in questa ottica viene anche aggiunto che «sarebbe necessario dimostrare che il fumatore abbia iniziato a fumare, senza poi smettere, pur essendo a conoscenza del rapporto specifico fra carcinoma polmonare e sigarette», mentre non può bastare, secondo i familiari dell’uomo ormai deceduto, «una generica conoscenza del fatto che il fumo faccia male alla salute»
Queste obiezioni non convincono però i giudici della Cassazione, che confermano invece la decisione presa dalla Corte d’Appello, escludendo quindi ogni ipotesi di risarcimento in favore dei parenti del fumatore.
Fondamentale è il richiamo alla considerazione che in materia di «danni da fumo attivo» la causa va identificata in «un atto di volizione libero, consapevole ed autonomo» da parte di un «soggetto dotato di capacità di agire», ovvero «scegliere di fumare nonostante la notoria nocività del fumo». In questa vicenda si è potuto individuare «nella condotta del fumatore la causa esclusiva dell’evento dannoso» da lui subito, poiché egli «ha fumato fin dalla più giovane età, per oltre trent’anni, in quantità smodata e a dispetto della raccomandazione di astenersi, impartitagli dal medico curante».

 

 (Fonte: dirittoegiustizia.it)

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