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Danno cagionato da animali

Sommario

Nozione | Elemento oggettivo e qualità dell’agente | Elemento soggettivo | Nesso di causalità e caso fortuito | Onere della prova | Aspetti medico legali | Criteri di liquidazione | Aspetti processuali | Profili penalistici | Casistica |

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Nozione |Elemento oggettivo e qualità dell’agente |Elemento soggettivo |Nesso di causalità e caso fortuito |Onere della prova |Aspetti medico legali |Criteri di liquidazione |Aspetti processuali |Profili penalistici |Casistica

Nozione

La fattispecie di responsabilità del danno cagionato da animali è prevista dall’art. 2052 c.c., secondo cui il proprietario di un animale o chi se ne serve è responsabile del danno cagionato a terzi dall’animale.

La fattispecie rientra nel genus delle ipotesi specifiche di responsabilità extracontrattuale disciplinate nel titolo IX “Dei fatti illeciti” (artt. 2043 c.c. e ss.).

Costituisce un indirizzo consolidato della Cassazione che il danno cagionato dalla fauna selvatica non sia risarcibile in base alla presunzione stabilita dall'art. 2052 c.c. - inapplicabile alla selvaggina, il cui stato di libertà é incompatibile con un qualsiasi obbligo di custodia da parte della P.A. - ma soltanto alla stregua dei principi generali sanciti dall'art. 2043 c.c., e tanto anche in tema di onere della prova con la conseguente necessaria individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile all'ente pubblico (Cass. civ., Sez. III, sent.,21.11.2008, n. 27673; Cass. civ., sez. I, sent., 24 aprile 2014, n. 9276) (P. Fava, La responsabilità civile, Milano, Giuffrè, 2009, 1657 e ss.).

 

 

Elemento oggettivo e qualità dell’agente

La norma prevede la responsabilità di chi sia proprietario dell’animale, o se ne serva per il tempo in cui l’ha in uso, per il danno che sia stato cagionato dallo stesso animale.

L’agente, quindi, deve rientrare in una di queste due vesti giuridiche, quale presupposto indefettibile per l’applicazione della norma.

E dunque la responsabilità è in primo luogo del proprietario, ma, se l’animale è dato in uso ad un terzo, è questi che ne risponde.

Più in particolare, la responsabilità in esame incombe, in via alternativa, o sul proprietario o su chi si serve dell'animale; questi non è necessariamente colui che, soggetto diverso dal proprietario vanti sull'animale un diritto reale o parziale di godimento, che escluda ogni ingerenza del proprietario sull'utilizzazione dell'animale, ma anche colui che, col consenso del proprietario, e pure in virtù di un rapporto di mero fatto, usi l'animale per soddisfare un interesse autonomo, anche non coincidente con quello del proprietario (Cass. civ., sez. III, sent., 7 luglio 2010, n. 16023).

La responsabilità di chi si serve dell'animale per il tempo in cui lo ha in uso, ai sensi dell'art. 2052 c.c., prescinde sia dalla continuità dell'uso, sia dalla presenza dell'utilizzatore al momento in cui l'animale arreca il danno. (Cass. civ., sez. III, sent., 4 febbraio 2014, n. 2414).

La norma trova il proprio fondamento nel principio per cui chi fa uso dell'animale nell'interesse proprio e per il perseguimento di proprie finalità, anche se non economiche, è tenuto a risarcire i danni arrecati ai terzi che siano causalmente collegati al suddetto uso. Consegue che, in tale situazione, non rientra colui il quale utilizzi l'animale per svolgere mansioni inerenti alla propria attività di lavoro, che gli siano state affidate dal proprietario dell'animale alle cui dipendenze egli presti tale attività (M. Franzoni, L’illecito, Milano, Giuffrè, 2010, 521 e ss). La Suprema Corte, per questa ragione, ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda, proposta da un componente del corpo di polizia municipale, di risarcimento dei danni conseguenti alla caduta dovuta all'impennata del cavallo da lui montato, sul rilievo che in quel momento l'animale era affidato alla custodia dello stesso danneggiato (Cass. civ., sez. III, sent., 28 aprile 2010, n. 10189).

In applicazione dello stesso principio secondo cui il proprietario di un animale non risponde dei danni dallo stesso causati a chi lo detiene temporaneamente per il perseguimento di un interesse proprio, la Cassazione ha escluso la responsabilità del proprietario del danno cagionato al terzo detentore dell’animale che subisce il danno dalla bestia durante le operazioni di carico o scarico di merci, espletate in piena autonomia (Cass. civ., sez. III, sent., 11 dicembre 2012, n. 22632).

Ed infine, si deve evidenziare che la responsabilità per danni cagionati da animali, costituendo espressione del principio ubi commoda, ibi et incommoda, fa carico al proprietario dell'animale e si trasferisce al terzo solamente se questi si serva dell'animale e limitatamente al tempo in cui lo ha in uso: conseguentemente, il solo affidamento dell'animale per ragioni di custodia, di cura, di governo o di mantenimento, non valendo a trasferire il diritto di usare dell'animale per trarne vantaggi, non sposta a carico del terzo la responsabilità per danni cagionati dall'animale stesso (Cass. civ., Sez. III, sent., 30 novembre 1977, n. 5226).

Elemento soggettivo

 

Sulla natura della responsabilità ex art. 2052 c.c. la dottrina è divisa:

  1. la norma prevede un'ipotesi di responsabilità aggravata per colpa presunta a carico del custode per violazione del dovere di diligente custodia dell’animale. Per sottrarsi a tale responsabilità, il custode deve provare di aver adottato le opportune precauzioni per impedire ai terzi di subire danni dall’animale (v. G. Cassano, La responsabilità civile, Milano, Giuffrè, 2012, 185 e ss.);
  2. l’art. 2052 c.c. configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, sul mero rapporto di fatto con l’animale; pertanto il custode risponde in ogni caso a meno che non dia la prova del caso fortuito (M. Franzoni, L’illecito, cit., 521 e ss). 

La Cassazione, invece, ritiene che quella in esame integri un’ipotesi di responsabilità oggettiva (v. Cass. civ., sent, n. 16023/2010). 

Da ultimo la Cassazione ha efficacemente scolpito la natura oggettiva della responsabilità con la seguente motivazione: “Non si tratta, quindi, di un caso di presunzione di colpa, ma di responsabilità e, quindi, di responsabilità oggettiva. La responsabilità si fonda sul mero rapporto di uso dell'animale; e solo lo stato di fatto, e non l'obbligo di vigilanza, può assumere rilievo nella fattispecie. Infatti il dato lessicale della norma in esame ritiene sufficiente, per l'applicazione della stessa, la sussistenza del rapporto (proprietà o uso) tra il responsabile e l'animale che ha dato luogo all'evento lesivo. Sempre dalla lettera dell'art. 2052 c.c., emerge che il danno è cagionato non da un comportamento (per quanto omissivo) del responsabile, ma dall'animale, per cui detto comportamento è irrilevante. Responsabile del danno cagionato dall'animale è colui che essenzialmente ha la proprietà o l'uso dell'animale, ma il termine non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodire o di vigilare la cosa, e quindi non rileva la violazione di detto obbligo. Ciò è tanto più rilevante se si osserva che il contesto, nel quale trovasi la norma in questione, è relativo ad altre ipotesi (artt. 2047, 2048, 2050, 2054, c.c.) ben diversamente strutturate, in cui la presunzione non attiene alla responsabilità, ma alla colpa, per cui la prova liberatoria, in siffatte altre ipotesi, ha appunto ad oggetto il superamento di detta presunzione di colpa. Il limite della responsabilità del proprietario (o utente), costituito dal fortuito, integra il punto nodale del dibattuto tema concernente la natura (soggettiva o oggettiva) della responsabilità, ex art. 2052 c.c.. Se si dovesse sostenere la natura soggettiva della responsabilità in questione (presunzione di colpa), il fortuito dovrebbe consistere solo nella situazione in cui il proprietario è esente da colpa, essendo invece irrilevante l'efficacia causale del fattore esterno sul nesso causale. Sennonché tale assunto contrasta con il principio che la prova del fortuito non si identifica con l'assenza di colpa e può apparire artificioso, come rilevato dalla dottrina, in quanto la presunzione è logicamente costruibile solo sull'oggetto della prova contraria. Se così è, il fatto che il proprietario sia stato diligente non esclude la sua responsabilità, per danno cagionato dall'animale, se non è provato il fortuito (Cass. civ., sez. III, sent., 22 marzo 2013, n. 7260).

 

Nesso di causalità e caso fortuito

Come si è accennato, la norma determina la responsabilità sulla base della mera relazione (di proprietà o di uso) intercorrente con l'animale, nonché del nesso di causalità sussistente fra il comportamento di quest'ultimo e l'evento dannoso (Cass. civ., sez. III, sent., 23 gennaio 2006, n. 1210).

Il nesso di causalità è escluso dal caso fortuito, ossia dall'intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri della imprevedibilità, della inevitabilità e della assoluta eccezionalità (Cass. civ., sez. III, sent., 15 aprile 2010, n. 9037).

La rilevanza del fortuito è quindi apprezzata sotto il profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre ad un elemento esterno, anziché all'animale che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi.

Onere della prova

Per un corretto inquadramento dell’onere della prova gravante sulle parti processuali, giova in primo luogo evidenziare che incombe sull’attore la prova che il convenuto sia proprietario o abbia fatto uso dell’animale nei termini sopra esposti.

Per converso, incombe sul proprietario l'onere di provare di essersi spogliato dell'utilizzo dell'animale, senza che a tal fine possa essere ritenuta sufficiente la prova del momentaneo affidamento dello stesso ad altri, qualora detto affidamento sia accompagnato dal mantenimento della diretta sorveglianza sull'animale medesimo. In applicazione di questo principio di diritto, la Cassazione ha ritenuto che il titolare di un'associazione organizzatrice di una passeggiata a cavallo a beneficio dei privati fosse responsabile dei danni occorsi al fantino per effetto della caduta provocata dall'improvviso imbizzarrirsi dell'animale a causa dello spavento conseguente alla vista di un cane pastore (Cass. civ., Sez. III, sent., 21 gennaio 2010, n. 979).

Secondo lo schema generale della responsabilità civile ex art. 2043 c.c., l’attore deve provare altresì il danno subito ed il nesso di causalità tra condotta ed evento dannoso.  

Circa la prova del nesso di causalità si deve evidenziare che, come si è detto, la responsabilità si fonda non su un comportamento o un'attività del proprietario, ma su una relazione (di proprietà o di uso) intercorrente tra questi e l'animale, ed il limite della responsabilità risiede nell'intervento di un fattore (il caso fortuito) che attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all'elemento esterno, anziché all'animale che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi.

E, dunque, in questa premessa risiede la ragione dell'inversione dell'onere della prova prevista dall'art. 2052 c.c., relativa alla ripartizione della prova sul nesso causale: all'attore compete provare l'esistenza del rapporto eziologico tra l'animale e l'evento lesivo; il convenuto per liberarsi dovrà provare l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale, non essendo sufficiente la prova di aver usato la comune diligenza nella custodia dell'animale (Cass. civ., sez. III, sent., cit., 22 marzo 2013, n. 7260; Cass. civ., Sez. III, sent., cit., 15 aprile 2010, n. 9037).

Particolarmente interessante si atteggia l'onere della prova nell'ipotesi di urto tra un autoveicolo ed un animale. Ebbene la presunzione di responsabilità oggettiva a carico del proprietario o dell'utilizzatore di quest'ultimo concorre con la presunzione di colpa a carico del conducente del veicolo, ai sensi dell'art. 2054, primo comma, c.c., e ciò anche nel caso in cui il danneggiato non sia un terzo, ma lo stesso conducente (esprimendo l'art. 2054 c.c. un principio di carattere generale, applicabile a tutti i soggetti che subiscano danni dalla circolazione). Pertanto, se danneggiato è il conducente e questi non dimostra di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno - non sufficiente, per il superamento della presunzione di responsabilità a suo carico, l'accertamento in concreto del nesso causale tra il comportamento dell'animale e l'evento - il risarcimento spettantegli dovrà esser corrispondentemente diminuito, in applicazione del primo comma dell'art. 1227, c.c., richiamato dall'art. 2056 c.c. (Cass. civ., Sez. III, sent., 9 gennaio 2002, n. 200).

Se, invece, l'incidente si verifica tra un veicolo a trazione meccanica ed un veicolo a trazione animale, non si ritiene applicabile l'art. 2052 c.c., ma esclusivamente l'art. 2054 c.c.. Tuttavia è stato precisato che, se il danno è stato prodotto dall'animale secundum naturam (come nel caso di morsi e calci), allora si applica di nuovo esclusivamente l'art. 2052 c.c., anche se l'animale stava trainando un veicolo, in quanto non può più ravvisarsi un danno da circolazione.       

Aspetti medico legali

Se l'animale ha cagionato un danno alla persona, è necessaria una consulenza tecnica d'ufficio che accerti la durata e l'entità del danno biologico temporaneo e permanente.

Particolare attenzione merita il quesito da sottoporre al medico legale, alla luce delle recenti novità normative relative all'art. 139 Cod. Ass.

Il medico legale dovrà accertare gli effetti della menomazione temporanea e permanente su tutti gli aspetti anatomo-funzionali, relazionali e di sofferenza psico-fisica, tenendo conto delle normali abitudini di vita di un soggetto di quell'età e sesso nonché delle specifiche condizioni personali soggettive della vittima. (v. D. Spera, La prova del danno - L'opinione del giurista, in Tabelle milanesi 2013 e danno non patrimoniale (a cura di) D. Spera  Giuffré 2013, 44)

Criteri di liquidazione

La vittima, ai sensi dell'art. 2052 c.c., ha diritto all'integrale risarcimento del danno subito, sia patrimoniale che non patrimoniale, secondo i normali criteri evidenziati dalla dottrina e giurisprudenza.

Per quanto attiene, in particolare, ai criteri di liquidazione del danno non vi sono tabelle specifiche normative, quindi deve essere applicata la Tabella milanese di liquidazione non patrimoniale.

Va evidenziato che quanto esposto è conforme al dettato della Cassazione, secondo cui il criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale, in applicazione dell'art. 3 Cost., ha valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c. (Cass. civ., sez. III, sent., 07 giugno 2011, n. 12408; Cass. civ.,sez. III, sent., 22 dicembre 2011, n. 28290). Recentemente la Cassazione ha affermato che le "tabelle" del Tribunale di Milano assumono rilievo, ai sensi dell'art. 1226 c.c., come parametri per la valutazione equitativa del danno non patrimoniale alla persona. Ne consegue che la loro erronea applicazione da parte del giudice dà luogo ad una violazione di legge, censurabile in sede di legittimità ai sensi dell'art. 360, n. 3), c.p.c. (Cass. civ., sez. III, sent., 25 febbraio 2014, n. 4447).

Tuttavia, se trattasi di micropermanente alcuni uffici giudiziari continuano a liquidare (anche) il danno non patrimoniale in esame con i criteri di liquidazione richiamati dall'art. 139 Cod. Ass. Questa giurisprudenza è in palese contrasto con il seguente principio di diritto della Cassazione: i criteri di liquidazione del danno biologico previsti dall'art. 139 Cod. Ass., per il caso di danni derivanti da sinistri stradali, costituiscono oggetto di una previsione eccezionale, come tale insuscettibile di applicazione analogica nel caso di danni non derivanti da sinistri stradali (Cass. civ., sez. III, sent., 7 giugno 2011, n. 12408). 

Aspetti processuali

Il giudizio deve essere instaurato in base ai normali criteri di competenza per valore e territorio, ai sensi degli artt. 7-40 c.p.c.

L'attore dovrà: in primo luogo enucleare la causa petendi ed è altresì opportuno il richiamo espresso dell'art. 2052 c.c.; allegare e provare (se contestata) la veste soggettiva del responsabile (proprietario dell'animale o chi ne fa uso); ben specificare le circostanze di fatto dell’infortunio, in modo da chiarire con evidenza il nesso di causalità tra l'animale e l'evento lesivo; infine, allegare tutti i fatti da cui possa emergere (poi) la prova del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Per converso, il convenuto dovrà, già in comparsa di risposta: difendersi sull'eventuale carenza della qualità soggettiva invocata dall'attore; contestare il nesso di causalità e/o provare il "caso fortuito" e, cioè, l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale prospettato dall'attore; difendersi specificamente sulle voci di danno allegate dall'attore. Poiché trattasi di mere difese e di questioni rilevabili anche d'ufficio, non è necessaria, a questi fini, la tempestiva costituzione in giudizio ex art. 166 c.p.c.

Profili penalistici

Il titolo IX bis codice penale (artt. 544-bis - 544-sexies) disciplina i “delitti contro il sentimento per gli animali”. E' evidente che se l'evento dannoso civile si verifica allorché l'illecito integri anche gli estremi soggettivi ed oggettivi di taluno dei predetti reati, il responsabile è tenuto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, ex art. 185 c.p., anche se non vi sia stato danno alla persona.

Se già è intervenuta sentenza penale passata in giudicato, la vittima, ai fini del risarcimento in sede civile, potrà avvalersi della disciplina di cui all'art. 651 c.p.p.; altrimenti spetterà al giudice civile accertare incidenter tantum l'ipotesi criminosa, ai soli fini del risarcimento del danno civile (Cass., S.U., sent., 18 novembre 2008, n. 27337). 

Casistica

 

Sul cane

  • Non è configurabile il caso fortuito, cioè il caso imprevedibile, inevitabile o assolutamente eccezionale, idoneo ad escludere la responsabilità del proprietario (o dell'utilizzatore) dell'animale, nell'ipotesi in cui un cane, legato per mezzo del guinzaglio al corrimano delle scale di accesso ad una stazione della metropolitana e lasciato incustodito, si avventi contro una persona anziana in atto di sorreggersi al medesimo corrimano per scendere le scale, facendola cadere e provocandole lesioni, a nulla rilevando che la vittima avesse la possibilità di evitare l'animale seguendo un percorso più discosto da esso (Cass. civ., Sez. III, sent., 19 maggio 2009, n. 11570).

  • Il giudice del merito aveva ritenuto che integrasse l'ipotesi di caso fortuito la condotta del danneggiato, vittima di lesioni per l'aggressione da parte di un cane "pit bull" che si trovava all'interno di uno stabile, al quale il danneggiato stesso aveva avuto accesso tramite il cancello di ingresso aperto, assumendo che i proprietari e custodi del cane avevano adottato tutte le misure idonee ad evitare, in regime di normalità, l'aggressione - apposizione sul cancello di un cartello con la scritta "attenti al cane", sebbene non visibile proprio per essere il cancello aperto; catena lunga tre metri alla quale il cane era legato; posizionamento del cane in luogo distante dal cancello di ingresso - mentre era da reputarsi imprevedibile la circostanza della visita per affari da parte della vittima la mattina del 26 dicembre, allorché i proprietari del cane erano assenti dall'abitazione, e rilevando altresì la sua età - ottanta anni - tale da non consentirgli di ritirarsi con prontezza dall'attacco di un cane legato ad una catena. La Suprema Corte, in applicazione del principio sopra riportato, ha cassato la sentenza impugnata, reputando inconferente l'argomentazione relativa all'età del danneggiato ed osservando che, in un contesto in cui il cartello di pericolo non era visibile, non poteva assumersi come atto determinante l'aggressione del cane il solo fatto di varcare un cancello aperto con accesso ad uno stabile (Cass. civ., Sez. III, sent., cit., 15 aprile 2010, n. 9037).

  • La responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., prevista a carico del proprietario di animale per i danni cagionati dallo stesso, trova un limite solo nel caso fortuito, ossia nell'intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri dell'imprevedibilità, dell'inevitabilità e dell'assoluta eccezionalità, con la conseguenza che all'attore compete solo di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra il comportamento dell'animale e l'evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, deve provare l'esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere detto nesso causale, non essendo sufficiente la prova di aver usato la comune diligenza nella custodia dell'animale. (Nella specie, la S.C. ha giudicato erroneo il ragionamento del giudice di merito il quale aveva ritenuto che integrasse l'ipotesi di caso fortuito la condotta della danneggiata, minorenne di anni tre, rimasta ferita per l'aggressione da parte di un cane che si trovava all'interno di un giardino il cui ingresso era costituito da un cancello non assicurato da idonea chiusura, tanto da potere essere facilmente aperto dalla bambina stessa (Cass. civ., Sez. III, sent., 20 luglio 2011, n. 15895).

  • In tema di danno cagionato da animali, ai sensi dell'articolo 2052 c.c., la responsabilità del proprietario dell'animale, prevista dalla suddetta norma, è presunta, fondata non sulla colpa, ma sul rapporto di fatto con l'animale. Ne consegue che, per i danni cagionati dall'animale al terzo, il proprietario risponde in ogni caso e "in toto", a meno che non dia la prova del caso fortuito, ossia dell'intervento di un fattore esterno idoneo a interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell'animale e l'evento lesivo, comprensivo anche del fatto del terzo o del fatto colposo del danneggiato che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno. Pertanto, se la prova liberatoria richiesta dalla norma non viene fornita, non rimane al giudice che condannare il proprietario dell'animale al risarcimento dei danni per l'intero (nella specie, era stato chiesto il risarcimento ai proprietari di un cane a causa di un morso al volto inferto alla ricorrente mentre era in visita alla loro abitazione, e la corte di merito aveva dato maggior rilievo alla imprudenza della danneggiata nella produzione dell'evento; sulla base dell'enunciato principio la S.C. ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la sentenza impugnata) (Cass. civ., Sez. III, sent., 19 marzo 2007, n. 6454).

  • A norma della legge-quadro 14 agosto 1991, n. 281, e delle singole leggi regionali di recepimento, sui Comuni grava l'obbligo di assumere i provvedimenti necessari affinché gli animali randagi non arrechino disturbo alle persone nelle vie cittadine; pertanto, una volta accertata l'indebita presenza di un cane randagio lungo una strada comunale, il Comune risponde dei danni che tale animale abbia cagionato, con il proprio comportamento aggressivo, nei confronti di un passante, indipendentemente dal fatto che la vittima, in ragione della propria età avanzata, abbia tenuto un comportamento caratterizzato da particolare debolezza e sensibilità (Cass. civ., Sez. III, sent., 28 aprile 2010, n. 10190).

 

Su altri animali

  • Il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione, qualora gli allievi siano principianti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi; nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre é soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., con la conseguenza che spetta al proprietario od all'utilizzatore dell'animale che ha causato il danno di fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno é stato causato da un evento fortuito (Cass. civ. Sez. III, sent., 19 giugno 2008, n. 16637; Cass. civ. Sez. III, sent. 9 marzo 2010, n. 5664).

  • La responsabilità del proprietario dell'animale, prevista dall'art. 2052 c.c., si fonda sul principio "cujus commoda eius et incommoda": ne consegue che, nel caso di danno arrecato da un cavallo durante una lezione di equitazione, la presunzione di colpa prevista dalla norma citata opera a carico non del cavaliere, ma del gestore del maneggio, il quale è il soggetto che ritrae un utile (economico) dalla gestione dell'animale (Cass. civ., Sez. III, sent., 4 dicembre 1998, n. 12307).

  • Non rientrano nel novero degli animali selvatici - sottratti all'applicazione dell'art. 2052 c.c. le api utilizzate da un apicoltore, il quale pertanto risponde ai sensi di tale disposizione e non dell'art. 2043 c.c. dei danni dalle stesse cagionati (Cass. civ., sez. III, sent.,cit., 22 marzo 2013, n. 7260). 

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