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Stato di bisogno del danneggiato / Provvisionale

12 Maggio 2014 | di Filippo Rosada

La fattispecie in oggetto è regolamentata nel capo IV (procedure assicurative) del titolo X Cod. Ass. e prevede che gli aventi diritto al risarcimento del danno che si trovino in stato di bisogno possano chiedere una somma di denaro in acconto. L’art. 147 Cod. Ass. non apporta sostanziali modifiche all’art. 24 della l. n. 990/1969 istitutiva dell’assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore e dei natanti. La norma stabilisce come nel giudizio di primo grado (sia esso civile o penale) gli aventi diritto al risarcimento che in conseguenza del sinistro vengano a trovarsi in stato di bisogno, possano chiedere che sia loro assegnata una somma di danaro da imputarsi alla liquidazione definitiva del danno.

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Responsabilità civile del medico in equipe

12 Maggio 2014 | di Giulia Anna Messina

L’attività medica in equipe si fonda sulla cooperazione fra più sanitari che intervengono – simultaneamente ovvero anche in tempi diversi – all’interno di un unico percorso diagnostico o terapeutico, perseguendo l’obiettivo comune della salute e salvaguardia del paziente che vi sia sottoposto. La condotta del singolo medico è, dunque, funzionalmente connessa a quella del resto dell’equipe, dal momento che senza la necessaria interazione fra le competenze tecnico-scientifiche differenti proprie di ciascun componente, lo scopo unitario non potrebbe essere raggiunto. Ciò comporta che - in caso di esito negativo della diagnosi, terapia, o intervento chirurgico svolto in equipe – l’attribuzione di responsabilità in capo a ciascun componente può derivare non solo dalla violazione delle leges artis relative al proprio ambito di competenza e specializzazione, ma anche dalla mancata osservazione di un più ampio obbligo di vigilanza e controllo sull’operato degli altri membri.

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Capacità lavorativa generica e specifica

12 Maggio 2014 | di Elisabetta Mangili

Il concetto di capacità lavorativa generica, intesa come capacità di riserva indifferenziata e potenziale, fu denominata nel 1928 anche capacità ultra-generica, intrinseca ad ogni individuo, per sopperire ad una sostanziale iniquità del metodo risarcitorio del tempo là ove veniva risarcito il danno solo nel caso del soggetto che produceva un reddito e ove, di conseguenza, venivano penalizzati coloro che nulla potevano produrre (il minore, la casalinga, il disoccupato, il pensionato). La capacità lavorativa specifica, invece, in senso proprio, è la capacità di un individuo a svolgere una specifica attività lavorativa, quella di fatto esercitata, ovvero, dando un significato più estensivo al termine, la capacità di un individuo di estrinsecare diverse attività lavorative, ma tutte, comunque, afferenti alla sua sfera attitudinale, in quanto coerenti con l’età, il sesso, il grado di istruzione e l’esperienza lavorativa dello stesso, con il configurarsi in tal modo del concetto di capacità lavorativa propria del soggetto, ovvero di “capacità lavorativa attitudinale”. “Il medesimo insieme menomante permanente può poi talora influire negativamente anche sulla capacità lavorativa del soggetto leso diminuendone l’efficienza lavorativa nella (o nelle) attività di fatto esercitata (la cosiddetta capacità lavorativa specifica) con conseguente tecnicamente attendibile, ove comprovato, minore reddito lavorativo, ovvero in rapporto ad altre attività lavorative confacenti in quanto coerenti con l’età il sesso, il grado di istruzione, l’esperienza lavorativa del soggetto leso….è da ricordare che il termine “capacità lavorativa specifica “ appare piu’ opportunamente sostituibile con la dizione “capacità lavorativa propria del soggetto”, in quanto la prima risulta piuttosto restrittiva …..” .

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Responsabilità dell’arbitro

12 Maggio 2014 | di Mariacarla Giorgetti

La nozione di responsabilità degli arbitri si ricava dall’art.813-ter c.p.c. introdotto per il tramite del d.lgs. n. 40/2006 al fine di tipizzare le ipotesi di responsabilità degli arbitri fino ad allora disciplinate al II comma dell’art. 813 c.p.c. Ai sensi della predetta norma, l’arbitro risponde dei danni cagionati alle parti nel caso in cui con dolo o colpa grave (i) abbia omesso o ritardato atti dovuti, essendone per tale motivo dichiarato decaduto; (ii) abbia rinunciato all’incarico senza giustificato motivo oppure (iii) abbia impedito la pronuncia del lodo entro il termine fissato a norma dell’articolo 820 c.p.c. ovvero dell’articolo 826 c.p.c. in caso di correzione del lodo.

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Danno patrimoniale futuro della vittima principale lavoratore

12 Maggio 2014 | di Lucio Munaro

Il danno patrimoniale futuro presuppone che le lesioni subite dalla vittima principale producano una definitiva compromissione dell’integrità psicofisica (i postumi permanenti), la quale impedisca alla vittima stessa, di regola secondo una valutazione probabilistica di verosimiglianza, o di percepire (in tutto o in parte) i medesimi guadagni percepiti sino a quel momento, o di incrementare i propri guadagni migliorando la posizione reddituale; e va chiarito che l’incisione della capacità lavorativa specifica inerisce all’attività lavorativa concretamente svolta dal danneggiato prima dell’evento dannoso.

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Esecuzione forzata ed equa riparazione per l’eccessiva durata dei processi: le Sezioni Unite si conformano, ma solo in parte, alla giurisprudenza della Corte europea

07 Maggio 2014 | di Rosaria Giordano

Eccessiva durata del processo

In tema di equa riparazione, allorquando, nel processo civile o amministrativo, sia fatta valere dinanzi al giudice una situazione giuridica soggettiva sostanziale di vantaggio e questa sia stata riconosciuta al suo titolare con decisione definitiva e obbligatoria (c.d. fase processuale della cognizione) e, tuttavia, tale decisione non sia stata spontaneamente ottemperata dall'obbligato e il titolare abbia scelto di promuovere l'esecuzione del titolo così ottenuto (c.d. fase processuale dell'esecuzione forzata o dell'ottemperanza), la garanzia costituzionale d'effettività della tutela giurisdizionale e l'art. 6, par. 1, CEDU impongono di considerare tale articolato e complesso procedimento come un unico processo scandito da fasi consequenziali e complementari. (Massima ufficiale).

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Cessione del credito da risarcimento del danno non patrimoniale

07 Maggio 2014 | di Giuseppe Fiengo

Risarcimento del danno non patrimoniale

Il diritto di credito relativo al risarcimento del danno non patrimoniale, così come risulta trasmissibile "iure hereditatis", può anche formare oggetto di cessione per atto "inter vivos", non presentando carattere strettamente personale.

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Atti sessuali compiuti da un’insegnante su minorenne: liquidazione dei danni non patrimoniali sofferti da persona offesa da reato e dai genitori

07 Maggio 2014 | di Rossella Esther Cerchia

Risarcimento del danno da violenza sessuale

I genitori della persona offesa dal reato di atti sessuali con minorenne, pur non essendo vittime primarie dell’illecito penale, abbiano diritto iure proprio al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi del combinato disposto degli artt. 185 c.p. e 2059 c.c

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Danno da black out: la Cassazione esclude la risarcibilità del danno non patrimoniale

07 Maggio 2014 | di Marta Cenini

Danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale (in generale)

Il danno non patrimoniale, derivante dalla lesione dei diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. - anche quando non sussista un fatto-reato, né ricorre alcune delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni: a) che l'interesse leso - e non il pregiudizio sofferto - abbia rilevanza costituzionale; b) che la lesione dell'interesse sia grave, nel senso che l'offesa superi una soglia minima di tollerabilità; c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita e alla felicità. [massima non ufficiale]. “Non è risarcibile il danno non patrimoniale subito dall'utente in conseguenza dell'interruzione della somministrazione di energia elettrica addebitabile al gestore della rete di distribuzione, ove la parte non indichi, né provi, quale sia lo specifico diritto inviolabile costituzionalmente garantito, leso in modo serio”[massima non ufficiale]. Cass. civ., sez. VI, sent., 28 febbraio 2013 n. 5096

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Le Linee Guida nella pratica clinica e nella sua valutazione

05 Maggio 2014 | di Umberto Genovese, Riccardo Zoja, Alberto Blandino, Francesca Mobilia

Linee guida e best practices mediche

La costante attenzione per la ricerca scientifica ed il relativo incremento del bagaglio esperienziale richiesto alle professioni sanitarie per svolgere correttamente il loro servizio, hanno portato alla riflessione sugli elementi di criticità circa l’attività decisionale degli operatori del campo della sanità e su come tali criticità possano essere valutate ed emendate. In tale contesto, la legge n.189 dell’8 novembre 2012 ha sottolineato il rilievo giuridico che le linee guida e la “buona pratica clinica” hanno nella dinamica della valutazione della responsabilità del medico. La Giurisprudenza italiana appare concorde nel ritenere che le linee guida possano guidare nell’indirizzo dell’operato dei sanitari, laddove esse risultino promulgate da fonti autorevoli e siano basate sulle più recenti acquisizioni del campo scientifico e di ricerca. Tuttavia, è da tenere a mente il carattere non draconiano delle stesse, stante l’insita variabilità propria dell’arte medica ed i limiti che le linee guida stesse sottendono. Lo scopo delle linee guida, difatti, è favorire l’operato medico, minimizzando le variabilità delle decisioni cliniche legate a possibili carenze di conoscenze o alla soggettività delle scelte terapeutiche da adottare; esse non nascono e non ambiscono a divenire strumento di valutazione dell’operato medico in sede giudiziaria. Tuttavia esse, se correttamente interpretate, forniscono un utile elemento nel giudizio circa l’appropriatezza degli atti medici svolti, fermo restando il mancato sillogismo tra aderenza alle linee guida e comportamento non censurabile del sanitario, non potendosi configurare l’osservanza delle linee guida come un’aprioristica deresponsabilizzazione dell’esercente la professione sanitaria. Se così fosse, evidenti sarebbero le conseguenti ripercussioni nel sempre più attuale tema della medicina difensiva, con ulteriore svalutazione di quei criteri di indipendenza, autonomia e discrezionalità propri dell’arte medica, che in ultima analisi minano il diritto del malato ad ottenere le prestazioni mediche più appropriate

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