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Applicabilità del principio della compensatio lucri cum damno

L’istituto della compensatio lucri cum damno non è disciplinato da una disposizione di diritto positivo, ma viene tradizionalmente individuato dalla giurisprudenza quale regola che concorre a delimitare l’ambito del danno risarcibile.

Il fondamento della regola è duplice: esso si rinviene, in primo luogo, nel principio di integralità della riparazione o del “danno effettivo”, in base al quale il risarcimento deve reintegrare totalmente il patrimonio del danneggiato della perdita subìta e del mancato guadagno (cfr. l’art. 1223 c.c.), facendo in modo che egli non sia reso né più ricco né più povero di quanto non fosse prima dell’inadempimento o dell’illecito;  in secondo luogo, il fondamento si rinviene nel principio di causalità giuridica, che impone di tenere conto di tutte le conseguenze immediate e dirette (cfr. ancora l’art. 1223 c.c.) dell’evento dannoso, e dunque non solo delle conseguenze svantaggiose, ma anche di quelle vantaggiose, onde evitare che il risarcimento perda la sua funzione compensativo-riparatoria e determini un indebito arricchimento.

Per la giurisprudenza prevalente (tra le tante, Cass. civ., 7 gennaio 2000, n. 81; Cass. civ., 2 marzo 2010, n. 4950; Cass. civ., 20 maggio 2013, n. 12248) «il principio della compensatio lucri cum damno trova applicazione solo quando il lucro sia conseguenza immediata e diretta dello stesso fatto illecito che ha prodotto il danno, non potendo il lucro compensarsi con il danno se trae la sua fonte da titolo diverso». Si esclude, in tal modo, che il danno risarcibile venga determinato tenendo conto anche di eventuali effetti vantaggiosi che non trovino nell’illecito la loro causa, ma la semplice occasione.

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