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L’applicazione del principio indennitario alle polizze infortuni

17 Giugno 2014 | di Alessandro Bugli

Polizza assicurativa: contratto, forma, polizza all’ordine o al portatore

L’applicazione del principio indennitario alle coperture assicurative infortuni non mortali è stato fatta oggetto – direttamente o indirettamente - di numerose pronunce giurisprudenziali negli ultimi anni, prima fra tutte Cass., S.U., n. 5119, 7 dicembre 2001 – 10 aprile 2002 (Cass., S.U., n. 5119/2001). La risposta generalmente data è in termini affermativi. La conseguenza non è di poco conto. Per di più finisce per porsi in contrasto con quanto avviene quotidianamente sul mercato. Fare applicazione del principio indennitario dovrebbe comportare l’impossibilità per l’assicurato di richiedere un indennizzo più elevato del danno concretamente patito e, qualora abbia stipulato più assicurazioni infortuni, l'impossibilità di domandare più indennizzi per il medesimo evento lesivo quando il totale delle somme che andrebbe ad incassare finisca per superare tale limite (limite che nel nostro caso, per di più, non è di facile quantificazione).

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La chance: un bene economicamente esistente e patrimonialmente autonomo?

14 Maggio 2014 | di Daniela Zorzit

Danno da perdita di chance patrimoniale e non patrimoniale

Il danno da perdita di chances è una figura di “importazione”: nata in seno all’esperienza francese, si è progressivamente estesa oltre l’arco alpino, al punto di influenzare sensibilmente la giurisprudenza e la dottrina italiane. Essa ha trovato ampia fortuna nel settore lavoristico (per es. con riguardo alle ipotesi di illegittima esclusione da un concorso) ed ha conosciuto un certo successo pure nell'ambito della responsabilità professionale (es. del medico, del notaio, dell'avvocato ecc.), anche se da molti anni si discute circa la sua natura e collocazione. Verranno illustrate le tesi sviluppate dalla dottrina e le posizioni della giurisprudenza, soffermando l’attenzione su alcune (possibili) suggestioni, sollecitate dai più recenti e (rivoluzionari) orientamenti in tema di danno da perdita della vita.

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Il danno alla persona nel quesito medico-legale proposto dall’Osservatorio per la giustizia civile di Milano

14 Maggio 2014 | di Enzo Ronchi

Danno alla persona

In epoca anteriore al 24.03.12, data delle legge n.27/2012 i medici legali si imbattevano in quesiti di varia forma ma tutto sommato uguali nella sostanza. A parte alcuni che contemplavano anche il problema dello “stato anteriore” su cui torneremo. Il quesito era visto, dal medico legale, come “talmente il solito” che ad un certo punto, ormai non pochi anni or sono, i CTU cominciarono a presentarsi all’udienza di giuramento con un modello già predisposto e da completare negli spazi vuoti. Accadeva, tuttavia, che pochi vigilassero su tale quesito su modulo del CTU. Tale per cui talora poteva accadere (ed è avvenuto più volte) che, in una delle solite affollate udienze, “passasse” il “solito quesito” per RCA mentre l’oggetto del contendere erano le garanzie regolate da una polizza privata sugli infortuni con ben diversi criteri di valutazione medico-legale dell’invalidità permanente (e di qui la necessità di istanza al Giudice per modifiche al quesito). La prassi consueta del “solito quesito” ha però cessato di reggere con la legge 27/2012 in ragione di quanto contenuto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 32: legge pessima nella sua formulazione (a giudizio dei più ed anche ad avviso del sottoscritto), cui tuttavia si deve riconoscere un duplice merito: 1) aver sensibilizzato gli operatori del settore, primi fra tutti i medici legali, ad un maggior rigore obiettivo nella valutazione dei danni cagionati da lesioni di lieve entità; 2) aver sensibilizzato il Giudice ad un approfondito studio del quesito da formulare al CTU (e l’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano si è rivelato molto sensibile). Quesito che costituisce problema fondamentale perché le risposte del CTU allo stesso sono alla base della stima economica del danno.

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La medicina difensiva tra responsabilità ed opportunità

14 Maggio 2014 | di Umberto Genovese, Riccardo Zoja, Alberto Blandino, Sara Del Sordo, Francesca Mobilia

Responsabilità del medico libero professionista

La problematica della medicina difensiva offre vari spunti di analisi in primis, economici, gestionali, assicurativi ma non può essere trascurato il peso che tale concetto comporta sull’agire medico responsabile. Infatti, essendo l’atteggiamento medico difensivo un operato orientato principalmente (ma non necessariamente in maniera esclusiva) alla prevenzione delle accuse di malpractice e non alla tutela della salute del paziente, risulta evidente la sua incompatibilità con i fondamenti stessi della professione medica. La medicina difensiva rappresenta, più o meno esplicitamente, l’estrinsecazione di un condizionamento del fare medico, sia nel rapporto con il paziente sia nel rapporto con la struttura sanitaria e contrasta ampiamente con i principi di discrezionalità, indipendenza ed autonomia professionale professati dal Codice di Deontologia Medica (agli artt. 4 - “libertà e indipendenza della professione”, 22 – “autonomia e responsabilità diagnostico-terapeutica”, 30 - “conflitto di interesse” e 69 – “direzione sanitaria”). La svalutazione dei principi cardine della professione medica porta inevitabilmente alla compromissione di quella che è l’essenza stessa di tale attività: la responsabilità - categoria pregiuridica e vincolata a precetti deontologici - intesa come necessità di rispondere delle proprie azioni, rendendone ragione e subendone le conseguenze. Alla nozione di responsabilità si affianca ora un concetto “innovativo”, derivato dal settore economico-finanziario e poi approdato a quello sanitario: l’accountability. Con ciò si intende la condizione di dover “rendicontare” agli altri riguardo al proprio operato, spiegando/giustificando/motivando la propria condotta; in altri termini, rappresenta l’esigenza di coloro che ricoprono “ruoli di responsabilità” di “rendere conto” delle proprie azioni alla società o agli stakeholder. Ne deriva che l’accountability rappresenta un’inevitabile implicazione dell’attribuzione, da parte di qualcuno nei confronti di qualcun altro, di una responsabilità (Grilli R., “Accountability e organizzazioni sanitarie” in Biocca M., “Bilancio di missione”, pensiero scientifico ed., 2010).

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Le Linee Guida nella pratica clinica e nella sua valutazione

05 Maggio 2014 | di Umberto Genovese, Riccardo Zoja, Alberto Blandino, Francesca Mobilia

Linee guida e best practices mediche

La costante attenzione per la ricerca scientifica ed il relativo incremento del bagaglio esperienziale richiesto alle professioni sanitarie per svolgere correttamente il loro servizio, hanno portato alla riflessione sugli elementi di criticità circa l’attività decisionale degli operatori del campo della sanità e su come tali criticità possano essere valutate ed emendate. In tale contesto, la legge n.189 dell’8 novembre 2012 ha sottolineato il rilievo giuridico che le linee guida e la “buona pratica clinica” hanno nella dinamica della valutazione della responsabilità del medico. La Giurisprudenza italiana appare concorde nel ritenere che le linee guida possano guidare nell’indirizzo dell’operato dei sanitari, laddove esse risultino promulgate da fonti autorevoli e siano basate sulle più recenti acquisizioni del campo scientifico e di ricerca. Tuttavia, è da tenere a mente il carattere non draconiano delle stesse, stante l’insita variabilità propria dell’arte medica ed i limiti che le linee guida stesse sottendono. Lo scopo delle linee guida, difatti, è favorire l’operato medico, minimizzando le variabilità delle decisioni cliniche legate a possibili carenze di conoscenze o alla soggettività delle scelte terapeutiche da adottare; esse non nascono e non ambiscono a divenire strumento di valutazione dell’operato medico in sede giudiziaria. Tuttavia esse, se correttamente interpretate, forniscono un utile elemento nel giudizio circa l’appropriatezza degli atti medici svolti, fermo restando il mancato sillogismo tra aderenza alle linee guida e comportamento non censurabile del sanitario, non potendosi configurare l’osservanza delle linee guida come un’aprioristica deresponsabilizzazione dell’esercente la professione sanitaria. Se così fosse, evidenti sarebbero le conseguenti ripercussioni nel sempre più attuale tema della medicina difensiva, con ulteriore svalutazione di quei criteri di indipendenza, autonomia e discrezionalità propri dell’arte medica, che in ultima analisi minano il diritto del malato ad ottenere le prestazioni mediche più appropriate

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La competence del clinico e del medico-legale

05 Maggio 2014 | di Umberto Genovese, Sara Del Sordo, Michelangelo B. Casali

Responsabilità del medico libero professionista

L’implementazione e la diffusione degli strumenti di gestione del rischio clinico, oltre ad essere obbligo normativamente dovuto per prevenire il contenzioso e ridurre gli oneri assicurativi (ex art. 3-bis d.l. n. 158/2012 convertito dalla l. n. 189/2012, “Balduzzi”), sono espressione della crescente attenzione rivolta alla dimensione qualitativa della prestazione sanitaria erogata ed alla tutela della sicurezza del paziente. Dovendo dunque garantire prestazioni di crescente qualità, al passo con il progresso tecnico-scientifico, risulta inevitabile estendere l’oggetto dello studio dai processi organizzativi “di sistema” al singolo professionista: quali sono le caratteristiche che il medico dovrebbe possedere per essere considerato un “buon medico”? Quale potrebbe essere un efficace strumento di valutazione della “qualità professionale”? E ciò in virtù del fatto che la “credibilità” del medico si fonda spesso su criteri di autoreferenzialità, sulla valutazione dei titoli accademici e sulla dimensione “quantitativa” delle prestazioni, tralasciandone le componente “qualitativa”: ne deriva un necessario ampliamento delle prospettive della professione medica, ben oltre il mero possesso di conoscenze teorico-pratiche.

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La domiciliazione legale presso l'Ufficio Centrale Italiano dell’assicurato, del responsabile civile e dell’assicuratore estero

30 Aprile 2014 | di Filippo Martini

Sinistri coinvolgenti veicoli immatricolati all’estero

L'art. 126, comma 2, lett. b) del Cod. Ass., come già l'art. 6, comma 8, lett. b) della L. n. 990/1969, prevede che l'Ufficio Centrale Italiano assuma, nei casi di sua accertata legittimazione passiva, la qualità di domiciliatario dell'assicurato, del responsabile civile e della loro impresa di assicurazione. Dispone, infatti, il comma 8, lett. “b” dell’art. 6 della Legge che l’UCI assume “ai fini del risarcimento dei danni cagionati dalla circolazione in Italia dei veicoli a motore e natanti di cui al presente articolo, la qualità di domiciliatario dell'assicurato, del responsabile civile e del loro assicuratore”. Nel caso in cui, invece, la notifica dell'atto introduttivo avvenga direttamente presso la residenza, o la sede legale, del responsabile civile e della di lui impresa di assicurazione, l'azione proposta dal danneggiato dovrà configurarsi, non come un'azione diretta ex art. 144 Cod. Ass., bensì come una normale azione ex art. 2054 del Codice Civile, e ciò con tutte le conseguenze del caso, ivi compresa la insussistenza in capo all'Ufficio Centrale Italiano di qualsivoglia obbligazione risarcitoria.

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Il danno morale tra micro e macrodanno

10 Aprile 2014 | di Giovanni Cannavò

Danno morale

L’inizio del 2014 vede la pubblicazione di due importanti sentenze sui danni non patrimoniali ed in particolare sulla controversa materia del danno morale. Entrambe sono state ampiamente commentate ed in particolare quella della Suprema Corte nazionale ha sollevato l’entusiasmo delle fitte schiere degli esistenzialisti. Non saremo certo noi ad entrare nel merito degli aspetti giuridici delle due sentenze ma vogliamo cercare di focalizzare l’attenzione sul punto di partenza: ovvero il danno biologico patito dai ricorrenti come elemento di comprensione della legittimità della richiesta.

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Il contratto con effetti protettivi a favore del terzo

03 Febbraio 2014 | di Daniela Zorzit

Danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale (in generale)

Il contratto con effetti protettivi a favore del terzo è una figura creata dalla giurisprudenza di matrice tedesca; approdata nel nostro Paese, ha conosciuto una discreta fortuna, specie nell’ambito della responsabilità sanitaria. Verranno illustrate le origini ed il (dubbio) fondamento dell’istituto, ponendo attenzione agli aspetti critici ed ai più recenti (e talvolta contraddittori) arresti della Cassazione.. Il cuore della trattazione è racchiuso nel seguente interrogativo: è possibile accordare una tutela ex contractu a soggetti che, seppur estranei al vincolo negoziale, abbiano subito un pregiudizio, alla persona o ai propri beni, in occasione della esecuzione della prestazione?

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