Focus

La natura della responsabilità sanitaria alla luce della legge Balduzzi

Sommario

Premesse | L'evoluzione storica | La novella della Legge Balduzzi | La lettura della disposizione in sede nomofilattica | Conseguenze della lettura riduttiva della disposizione | Guida all'approfondimento |

Premesse

L'art. 3, comma 1, l. 8 novembre 2012, n. 189, che ha convertito in legge, con modificazioni, il d.l. 13 settembre 2012, n. 158, c.d. legge Balduzzi, dispone che l'esercente la professione sanitaria, il quale nello svolgimento della propria attività si attenga a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, non risponde penalmente per colpa lieve; tuttavia, resta comunque fermo l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c.. Il richiamo alla clausola generale della responsabilità da fatto illecito ha aperto in dottrina e giurisprudenza un acceso dibattito in ordine all'attuale natura della responsabilità sanitaria. A fronte della tesi, fatta propria da alcuni arresti della giurisprudenza di merito, secondo cui la responsabilità del sanitario sarebbe stata inquadrata nell'ambito della tutela aquiliana, con le conseguenti ripercussioni in tema di onere probatorio e di termini di prescrizione, si è radicato altro orientamento in forza del quale il richiamo all'art. 2043 c.c. avrebbe una portata ben più limitata, ossia quella di consentire in ogni caso il risarcimento dei danni, quand'anche l'operatore sanitario chiamato a rispondere a titolo extracontrattuale versi in stato di colpa lieve. A questa tesi ha aderito da ultimo la giurisprudenza di legittimità. Nondimeno, la questione non può dirsi definitivamente risolta, poiché il d.d.l. Gelli, all'esame del Senato, all'art. 7 sembra voler risolvere il problema nel senso che l'esercente la professione sanitaria risponde del proprio operato a titolo di responsabilità extracontrattuale, diversamente dalla struttura.

L'evoluzione storica

Sino al 1999, la giurisprudenza riteneva che il danno iatrogeno arrecato dal medico ospedaliero al paziente dovesse essere inquadrato nell'ambito della responsabilità extracontrattuale e, quindi, ristorato secondo le regole dell'art. 2043 c.c., sia con riferimento alla distribuzione dell'onere probatorio, sia con riguardo al periodo quinquennale di maturazione della prescrizione. Elementi costituitivi della fattispecie riparatoria, la cui dimostrazione ricadeva sul danneggiato, erano sia la condotta, attiva od omissiva, imputabile al medico, sia il dolo o la colpa di quest'ultimo. L'interpretazione giudiziale si fondava sull'assenza di un rapporto contrattuale diretto e univoco tra paziente e medico, il quale si limitava a operare nell'ambito della struttura sanitaria ospitante, senza alcun legame obbligatorio bilaterale con il malato. Con la sentenza della Cass., sez. III, 22 gennaio 1999, n. 589, la Suprema Corte ha mutato indirizzo applicando al paradigma della responsabilità medica lo schema del cosiddetto contatto sociale qualificato, profilando l'applicazione delle regole contrattuali e, conseguentemente, la responsabilità ex art. 1218 c.c. in ragione appunto del «contatto» che comunque si crea tra paziente e medico all'esito dell'instaurazione del rapporto terapeutico ospedaliero (contratto con effetti protettivi verso il degente). Avverso questa ricostruzione sono state sollevate da subito puntuali argomentazioni critiche, sia in ordine alla prevalente applicazione di tale conclusione al medico dipendente, nei confronti del quale peraltro si era primariamente orientata la Cassazione introducendo l'istituto del contatto sociale, sia soprattutto con riferimento agli ostacoli che si sarebbero frapposti a questa prospettata forzatura del sistema. Più in particolare, si è osservato che il medico dipendente della struttura sanitaria verrebbe così a rispondere a titolo di responsabilità contrattuale sia nei confronti del suo datore di lavoro sia nei confronti del paziente, affidatosi alla struttura sanitaria per incarico della quale il sanitario si trova ad operare, il che contrasterebbe con la constatazione di ordine logico secondo cui la prestazione sanitaria può essere convenuta con il medico o con l'ente dal quale il medico dipende; in altri termini, il medico non potrebbe sfuggire all'alternativa dell'assunzione di un'obbligazione in proprio, a titolo personale, oppure in nome e per conto dell'ente dal quale dipende e del quale era in quel frangente organo rappresentativo, sicché non si potrebbero cumulare le due ipotesi contrattuali citate, aventi ad oggetto la medesima prestazione professionale, anche perché diverso sarebbe il contenuto delle rispettive obbligazioni. In secondo luogo, si è ritenuto che attraverso l'artificioso sistema del contatto sociale si sarebbe prefigurato un contratto senza un reale accordo: il medico non può obbligarsi a titolo personale, perché il suo ambito operativo è circoscritto al suo ruolo di dipendente; non solo, ma più medici vengono di fatto ad interagire con il paziente, il quale ha come controparte solo la struttura e non già i vari medici che si susseguono nella prestazione sanitaria, senza peraltro nulla poter decidere autonomamente a titolo personale; in definitiva, saremmo in presenza di tanti contratti quanti sono i medici (questo vale solo per i rapporti diretti, ancorché occasionali, con questi operatori sanitari, ma non con per il personale para-medico) e senza che vi sia alla base alcun accordo con costoro.

La nuova interpretazione è rimasta inalterata nel tempo ed è stata assunta, in itinere, quale diritto vivente dalle Sezioni unite (Cass., Sez. Un., 11 gennaio 2008, n. 577), senza alcuna significativa opposizione. Almeno fino al 2012: in quest'anno, in un clima di rinnovata attenzione verso la cosiddetta medicina difensiva, il legislatore ha introdotto una nuova norma, intesa a incidere proprio sulla responsabilità medica. L'affastellata serie di emendamenti intercorsi tra decretazione d'urgenza e legge di conversione nonché la mancanza di coerenza metodologica nella stesura dei testi normativi hanno, però, generato un'accesa diatriba in merito alla effettiva portata (e l'effettivo scopo) di questa nuova previsione inedita.

La novella della Legge Balduzzi

L'art. 3, comma 1, d.l.13 settembre 2012, n. 158, convertito con modificazioni in legge 8 novembre 2012, n. 189 (cosiddetta legge Balduzzi) prevede testualmente: «L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l'obbligo di cui all'articolo 2043 c.c.. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo». Il tenore della disposizione pone all'evidenza l'interrogativo di stabilire il senso del richiamo dell'art. 2043 c.c. Infatti, il legislatore, dopo aver coniato una regola concernente i profili penalistici della materia, sancendo l'impunità dell'esercente la professione sanitaria che, sebbene versi in colpa lieve, si attenga nello svolgimento della propria attività a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, ha avvertito l'esigenza di chiarire che in tali situazioni resta comunque fermo l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c. Per l'effetto, il dibattito sulla natura della responsabilità ascrivibile a quanti esercitano una professione sanitaria, in caso di danni riportati dai pazienti in cura, che sembrava essersi sopito con l'avvento della teoria del contatto sociale, ha ripreso vigore all'indomani dell'emanazione della legge Balduzzi.

 

 

Orientamenti a confronto: NATURA DELLA RESPONSABILITÀ DEL MEDICO

Un primo orientamento di merito ha reputato che la nuova previsione abbia ricondotto la responsabilità del medico al paradigma della responsabilità aquiliana

Trib. Milano 31 gennaio 2015; Trib. Milano 11 gennaio 2015; Trib. Milano 2 dicembre 2014; Trib. Milano 30 ottobre 2014; Trib. Milano 17 luglio 2014; Trib. Milano 14 giugno 2014; Trib. Enna 18 maggio 2013, Trib. Torino 26 febbraio 2013; Trib. Varese 26 novembre 2012, secondo cui il legislatore, consapevolmente e non per dimenticanza, suggerisce l'adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l'azione aquiliana; diversamente opinando, non si riesce a dare un senso logico alla ratio di questa specifica disposizione normativa

Un contrapposto indirizzo interpretativo ha sostenuto che la novella non abbia modificato lo statuto della responsabilità sanitaria, da qualificare in termini contrattuali, seppur facendo riferimento allo schema del contatto sociale

Trib. Milano 20 febbraio 2015; Trib. Palermo 26 novembre 2014; Trib. Napoli 21 novembre 2014; Trib. Milano 18 novembre 2014; Trib. Napoli 5 giugno 2014; Trib. Firenze 12 febbraio 2014; Trib. Rovereto 29 dicembre 2013; Trib. Cremona 1 ottobre 2013; Trib. Arezzo 15 febbraio 2013, secondo cui il legislatore ha scelto di limitare l'oggetto del proprio intervento al solo caso di responsabilità penale per colpa lieve, intendendo, con l'inciso finale, escludere che la norma depenalizzante la colpa lieve potesse produrre effetti riduttivi della responsabilità civile, rimasta intatta nelle sue fonti costitutive

Una voce giurisprudenziale intermedia afferma che il medico risponderebbe comunque a titolo di responsabilità contrattuale nel caso di dolo o colpa grave

Trib. Brindisi 18 luglio 2014, secondo cui, quand'anche si ritenga che la norma consenta la qualificazione della responsabilità del medico in termini di responsabilità da fatto illecito, per un verso, l'ipotetica svolta legislativa non avrebbe valenza retroattiva e, per altro verso, il suo carattere circoscritto determinerebbe un'incidenza sulla sola responsabilità medica per colpa lieve e non anche su quella per colpa grave o dolo, senza possibilità di estenderla alla responsabilità della struttura sanitaria

 

Secondo il primo indirizzo, la lettura della disposizione in termini di responsabilità extracontrattuale del medico contribuirebbe a realizzare la finalità perseguita dal legislatore, ossia il contrasto alla medicina difensiva, in quanto, da un lato, sarebbe alleggerito l'onere probatorio del medico e graverebbe sul paziente anche l'onere, non richiesto dall'art. 1218 c.c., di offrire dimostrazione giudiziale dell'elemento soggettivo di imputazione della responsabilità mentre, dall'altro, il riferimento all'art. 2043 c.c. avrebbe l'effetto di ridurre i tempi di prescrizione: non più dieci anni ma cinque. Sicché l'art. 3 sancirebbe la scelta del legislatore verso un modello di responsabilità diverso da quello recepito dalla giurisprudenza prevalente per le sole ipotesi in cui manchi un rapporto contrattuale diretto tra paziente danneggiato e sanitario oppure un rapporto contrattuale atipico di spedalità. All'interno di questa impostazione, si distinguono due versioni interpretative: a) in base alla prima, il nuovo inquadramento riguarderebbe, sia la responsabilità del medico pubblico dipendente, sia quella della struttura nella quale questi opera, non essendo ipotizzabile un diverso regime di responsabilità del medico e della struttura (Trib. Torino 26 febbraio 2013); b) in base alla seconda, la nuova norma non inciderebbe né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata), né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d'opera professionale, anche se nell'ambito della c.d. attività libero-professionale svolta dal medico dipendente pubblico, cosicché, in difetto di un contratto d'opera concluso direttamente con il medico, la struttura risponderebbe a titolo di responsabilità contrattuale e il medico a titolo di responsabilità aquiliana (Trib. Milano 17 luglio 2014). Su questa linea il legislatore dissentirebbe dalla pericolosa deriva giurisprudenziale, che è andata a contrapporsi ed a vanificare un consolidato sistema normativo fondato sulla discriminazione tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale. Peraltro, la tutela del danneggiato sarebbe adeguatamente assicurata dalla pacifica responsabilità contrattuale della struttura, con la conseguenza che l'appesantimento della responsabilità del medico non solo sarebbe in contrasto con il consolidato sistema civilistico, ma potrebbe addirittura rappresentare un sacrificio inutile, in quanto non comporterebbe alcun vantaggio concreto a chi è garantito principalmente dalla più solida capacità patrimoniale della struttura sanitaria.

 

In base al secondo indirizzo enunciato, non può attribuirsi alla norma di conversione del decreto Balduzzi natura di interpretazione autentica, perché la locuzione “resta fermo” non è indicativa di una prescrizione innovativa, ma presuppone il riferimento ad una fonte già consolidata della responsabilità del professionista sanitario. Né può attribuirsi alla norma un diverso significato mediante il semplice richiamo della funzione residuale dell'art. 2043 c.c., richiamo peraltro svolto nell'ambito di una norma diretta a disciplinare, escludendola, la sola responsabilità penale per colpa grave e non per colpa del medico tout court. Ove il legislatore avesse effettivamente inteso ricondurre, una volta per tutte, la responsabilità del medico ospedaliero (e figure affini) sotto il (solo) regime della responsabilità extracontrattuale, escludendo l'applicabilità della disciplina di cui all'art. 1218 c.c., e così cancellando lustri di elaborazione giurisprudenziale, avrebbe certamente impiegato una proposizione univoca (come per esempio “la responsabilità dell'esercente la professione sanitaria per l'attività prestata quale dipendente o collaboratore di ospedali, cliniche e ambulatori è disciplinata dall'art. 2043 c.c.”), anziché il breve inciso in commento. D'altronde, è oltremodo riduttivo della funzione sociale dell'esercente la professione sanitaria ritenere, ogni qual volta questi svolga la propria attività all'interno di una struttura, che sia tenuto, nei confronti del paziente, a rispettare soltanto il precetto generale dell'art. 2043 c.c. (sintetizzabile nel comando di non nuocere al prossimo: alterum non laedere), valido per la totalità dei soggetti, anche non esercenti la professione sanitaria, e non debba invece rispettare l'obbligo di diligenza professionale posto dall'art. 1176, comma 2, c.c. (Trib. Milano 20 febbraio 2015).

La lettura della disposizione in sede nomofilattica

I dubbi, riguardanti soprattutto il regime di responsabilità del professionista che eroga le proprie prestazioni terapeutiche in una struttura sanitaria, in assenza di un contratto d'opera stipulato con il paziente su cui interviene, non hanno invero sfiorato la Cassazione. I giudici di legittimità, nella prima occasione in cui hanno avuto modo di prendere posizione sull'impatto della predetta normativa, si sono espressi nel senso che non è dato rinvenire alcuna opzione da parte del legislatore per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, dal momento che il menzionato inciso si presta a essere spiegato con l'intento di escludere, nell'ambito aquiliano, l'irrilevanza della colpa lieve (Cass., Sez. VI-III, 17 aprile 2014, n. 8940). Lo stesso concetto è stato reiterato da una successiva pronuncia che ha dichiarato l'applicabilità del criterio del foro del consumatore in una controversia risarcitoria promossa dal paziente del servizio sanitario nazionale nei confronti della struttura sanitaria pubblica in cui gli era stato praticato un intervento chirurgico, eseguito da un medico scelto dal paziente stesso e operante come libero professionista, sebbene nell'espletamento di attività intramuraria (Cass., Sez. VI-III, 24 dicembre 2014, n. 27391). Sicché l'art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012, n. 158, come modificato dalla legge di conversione 8 novembre 2012, n.189, nel prevedere che l'esercente la professione sanitaria il quale nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve, fermo restando, in tali casi, l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c., è significativo della circostanza che, nei casi in cui il sanitario risponda a titolo di responsabilità extracontrattuale in base ai criteri di affermazione della responsabilità già acquisiti dall'ordinamento, la tutela risarcitoria non è preclusa dal riscontro della mera colpa lieve. Peraltro, la Cassazione è tornata a ribadire la propria adesione al modello della responsabilità da contatto sociale in una pronuncia in cui ha sancito il seguente principio di diritto: l'Asl è responsabile civilmente, ai sensi dell'art. 1218 c.c., del fatto illecito che il medico, con essa convenzionato per l'assistenza medico-generica, abbia commesso in esecuzione della prestazione curativa, ove resa nei limiti in cui la stessa è assicurata e garantita dal S.S.N. in base ai livelli stabiliti secondo la legge. In particolare, nonostante non ve ne fosse necessità, la pronuncia ha ricordato che la natura ed il titolo di responsabilità che l'utente danneggiato dal medico convenzionato può eccepire nei confronti di quest'ultimo, è da ricondursi al contatto sociale, derivando il rapporto di tipo professionale che lega il medico di base con il paziente direttamente dalla legge (Cass., Sez. III, 27 marzo 2015, n. 6243). Né può essere esclusa la responsabilità diretta del sanitario, giustappunto alla stregua del contatto sociale, in concorso con la struttura che ha preso in carico il paziente, in ragione dell'adesione a modelli eterogenei di responsabilità che sono specificamente contemplati dalla normativa di settore per altre figure professionali (vedi responsabilità degli insegnanti e dei magistrati, che rispondono verso il danneggiato solo in caso di dolo o colpa grave).

Pertanto, la tesi espressa da una parte della giurisprudenza di merito, secondo cui la responsabilità sanitaria deve essere ricondotta al fatto illecito extracontrattuale, non affronta la questione relativa all'affermazione della responsabilità del medico sotto l'aspetto dell'integrazione del contatto sociale, responsabilità che invece si sostiene sempre più diffusamente, tanto che risulta essere stata estesa anche ad altri settori dell'attività pubblica in situazioni che evidenzino l'esistenza delle medesime caratteristiche. Del resto, la giurisprudenza della Suprema Corte, in tema di responsabilità medica, ha reiteratamente ribadito la tesi della responsabilità per contatto sociale in capo al medico con argomentazioni che non sembrano facilmente superabili. A fortiori, sia l'esclusione generalizzata dell'azionabilità della tutela risarcitoria ex art. 1218 c.c. – indubbiamente quella più dirompente (in senso negativo) per i danneggiati –, sia l'esclusione parziale (cioè operante soltanto nei casi in cui in sede penale abbia trovato applicazione l'esimente penale) sono da considerarsi inconsistenti per i seguenti motivi. Ai sensi dell'art. 77, comma 2, Cost., un decreto-legge non può legittimamente introdurre norme ordinamentali “a regime”, ossia tali da disciplinare casi futuri, al di fuori delle situazioni di indifferibilità ed urgenza, essendo questi casi assoggettati all'intervento del legislatore per via ordinaria. Sempre in base a tale precetto costituzionale, in sede di conversione di un decreto-legge (nel caso di specie già viziato ab origine per il difetto dei requisiti posti per la decretazione d'urgenza), è precluso al legislatore di inserire norme in alcun modo previste dal decreto-legge, sicché la legge di conversione non poteva in alcun modo prevedere, pena l'incostituzionalità della norma di nuovo conio, una macroscopica eccezione, quale l'esclusione, in pregiudizio ai pazienti danneggiati od a taluni di questi, della tutela risarcitoria apprestata dall'art. 1218 c.c. Ne discende che la norma interpretata secondo le teorie qui contestate, privando, del tutto o in parte, una serie di creditori danneggiati del loro diritto di agire contrattualmente o per “contatto sociale” (diritto che poggia non già su precedenti giurisprudenziali, bensì su un'interpretazione assolutamente consolidata degli artt. 1173 e 1218 c.c.), introdurrebbe una modifica sostanziale diretta a disciplinare casi futuri, non ammessa in alcun modo né per via della decretazione d'urgenza, né in sede di conversione di un decreto-legge. Per l'effetto, si ricadrebbe inesorabilmente in una disposizione costituzionalmente illegittima. Per converso, in forza di un'interpretazione costituzionalmente orientata, deve ritenersi che il legislatore non ha inteso privare il paziente danneggiato dell'azione risarcitoria ex art. 1218 c.c., senz'altro più protettiva rispetto all'applicazione dell'art. 2043 c.c. Ma vi è di più. Un'interpretazione della norma in commento, che comportasse una siffatta privazione, sarebbe in insanabile contrasto con le finalità stesse del decreto-legge e della legge di conversione, che dichiaratamente mirano a realizzare per i cittadini “un più alto livello di tutela della salute” (questo il titolo del decreto-legge), obiettivo sicuramente primario (in quanto costituente l'oggetto stesso del testo di legge) rispetto a quello secondario e decisamente generico, in termini innanzitutto giuridici, del contrasto alla cosiddetta “medicina difensiva” (tra l'altro lungi dall'essere stata rappresentata e precisamente definita dal legislatore). È peraltro dubbio che il fenomeno deprecabile della medicina difensiva possa essere causalmente e semplicisticamente ricondotto alla posizione assunta dalla giurisprudenza in ordine all'inquadramento della responsabilità sanitaria, e non piuttosto ad un'involuzione dell'atteggiamento professionale collegato ai tempi storici, ai progressi della tecnologia e alle richieste dei pazienti. Ne consegue che la norma non stravolge la disciplina della responsabilità, non deresponsabilizza l'esercente la professione sanitaria; diversamente, la responsabilità civile del medico sarebbe radicalmente e drasticamente rimaneggiata, al punto di esonerarlo dalla responsabilità contrattuale, e ciò con un risultato peggiorativo per la tutela civilistica dei danneggiati da prestazioni mediche. Piuttosto, la ratio legis della norma deve essere rinvenuta nella trasformazione della norma originaria recata dal decreto-legge da disposizione di natura esclusivamente civilistica in norma innanzitutto penale. In questa trasformazione il secondo periodo della norma, resosi necessario stante la predetta trasformazione, costituisce un mero raccordo tra il primo periodo ed il terzo, ove il legislatore ha poi mantenuto sul fronte della responsabilità civile una precisazione non dissimile da quella originariamente prevista, cioè intesa a specificare che il giudice, nella valutazione della condotta del medico, deve per l'appunto tenere conto del rispetto da parte di questo delle linee guida. Sicché la lettera della norma non indica in alcun modo la soppressione dell'azione ex art. 1218 c.c. nei confronti del medico; infatti, il secondo periodo si limita ad affermare che “in tali casi resta comunque fermo l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c.”. Pertanto, l'accertamento in sede penale dei presupposti operativi della nuova esimente (come ovvio accertamento che deve rinvenirsi in una sentenza passata in giudicato) non inficia l'obbligo al risarcimento dei danni; l'art. 1218 non è in alcun modo menzionato dalla norma e, quindi, deve assumersi che anche su questo versante tutto rimane immutato. All'esito delle pronunce di legittimità che hanno avallato tale ben più riduttiva lettura della norma, sarebbe del tutto incongruo insistere nell'interpretazione della disposizione volta a limitare l'operatività dell'art. 1218 c.c. nel contenzioso da attività medico-sanitarie. Al riguardo, non può sostenersi che il legislatore, senza nulla riferire nel testo della norma e senza alcunché affermare in sede di conversione del decreto-legge, implicitamente abbia riformato in peius, tra l'altro stravolgendola, la tutela di diritti fondamentali, quali vita e salute. Per converso, in adesione alla posizione espressa sul punto dalla Suprema Corte, il richiamo all'art. 2043 c.c., contenuto nel secondo periodo del comma 1 dell'art.3d.l. n. 158/2012, si giustifica in ragione dei principi generali sulla responsabilità aquiliana, come regolamentata in sede civile, e ciò allo scopo di evitare che si possa ritenere che l'esimente da responsabilità per colpa lieve possa valere anche per escludere il risarcimento dei danni, così sottolineando le differenze che intercorrono tra processo penale e processo civile. D'altronde, la norma si riferisce a qualsiasi esercente la professione, per cui non è da escludersi la possibilità che qualche operatore sanitario, nell'ambito di un rapporto privato, tenga comportamenti comunque valutabili a fini risarcitori, riconducibili ad una responsabilità extracontrattuale.

Conseguenze della lettura riduttiva della disposizione

L'esclusione della responsabilità penale per colpa lieve del sanitario non determina alcuna automatica conseguenza esimente sulla responsabilità civile per i danni non patrimoniali subiti dal paziente. Occorre, infatti, tener presente che la stessa Corte costituzionale (Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233), decidendo in ordine ad eccezione di costituzionalità dell'art. 2059 c.c., ha rilevato che detta norma deve essere interpretata nel senso che il danno non patrimoniale, in quanto riferito all'astratta fattispecie di reato, è risarcibile anche nell'ipotesi in cui in sede civile la colpa dell'autore del fatto risulti da una presunzione di legge. Ed in tale occasione è stato precisato che all'art. 2059 c.c. è attribuita non più una funzione sanzionatoria, ma soltanto tipizzante di singoli casi di risarcibilità del danno non patrimoniale. Su tale base, pertanto, anche il riferimento al reato contenuto nell'art. 185 c.p., in coerenza con la diversa funzione assolta dalla norma impugnata, non postula più, come si riteneva per il passato, la ricorrenza di una concreta fattispecie di reato, ma solo di una fattispecie corrispondente nella sua oggettività all'astratta previsione di una figura di reato. E già si potrebbe rilevare che in caso di colpa medica ricorre normalmente una situazione nella quale sono ravvisabili gli estremi di lesioni colpose se non di omicidio colposo. In coerenza con l'impostazione della Corte costituzionale, la Suprema Corte ha poi riconosciuto che nell'ambito dell'art. 2059 c.c. trovano collocazione e protezione tutte quelle situazioni soggettive relative a perdite non patrimoniali subite dalla persona per fatti illeciti determinanti un danno ingiusto e per la lesione di valori costituzionalmente protetti o specificamente tutelati da leggi speciali. Pertanto, il fatto che l'art. 2059 c.c. preveda che il danno non patrimoniale sia risarcito solo nei casi determinati dalla legge non limita tale risarcimento solo a danni derivanti da reato, ma assicura il risarcimento anche a fronte di lesioni di diritti fondamentali della persona, come il diritto alla salute tutelato dall'art. 32 Costituzione. Si ritiene però che la ratio della legge Balduzzi consenta la riduzione meramente quantitativa del risarcimento per il medico che agisca con colpa lieve, osservando le linee guida, sia qualora venga fatta valere la responsabilità contrattuale, sia qualora venga evocata la responsabilità aquiliana. Al riguardo, l'inciso dell'art. 3, comma 3 («Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo»), non subordina il risarcimento ridotto del danno alla natura dell'azione, ma solo alla riscontrata condotta del medico che ha agito con colpa lieve, osservando le linee guida. Sicché, ove siano citati in giudizio il medico e la struttura sanitaria, anche facendo valere la responsabilità contrattuale nei confronti di entrambi, sono possibili risarcimenti differenziati, in quanto per il medico opera la riduzione del risarcimento, non invocabile invece nei confronti della struttura. Poiché, tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni a favore della vittima è, comunque, solidale (a carico della struttura sanitaria e del medico), ai sensi dell'art. 2055 c.c., il paziente avrà diritto all'integrale risarcimento del danno, mentre la struttura, anche nel caso di affermazione di responsabilità del medico, non potrà rivalersi nei confronti del sanitario per l'intero, ma solo per il minor importo determinato dal giudice, che dovrà debitamente tenere conto della condotta del medico, se caratterizzata dalla colpa lieve e dall'osservanza delle linee guida. Si rammenta che la legge 11 agosto2014, n. 114, convertendo il d.l. 24 giugno 2014, n. 90, ha avvicinato la r.c. sanitaria alla r.c.a., inserendo il comma 1 bis all'art. 27, secondo cui a ciascuna azienda del Servizio sanitario nazionale, a ciascuna struttura o ente privato operante in regime autonomo o accreditato con il S.S.N. e a ciascuna struttura o ente che, a qualunque titolo, renda prestazioni sanitarie a favore di terzi è fatto obbligo di dotarsi di copertura assicurativa o di altre analoghe misure per la responsabilità civile verso terzi e per la responsabilità civile verso prestatori d'opera, a tutela dei pazienti e del personale.

Guida all'approfondimento

In dottrina sul tema:

  • Bona, La responsabilità medica civile e penale dopo il decreto Balduzzi, Rimini, 2013;
  • Cembrani, La legge Balduzzi e le pericolose derive di un drafting normativo che (forse) cambia l'abito alla responsabilità giuridica del professionista della salute, in Riv. it. med. leg., 2013, 799;
  • Comandè, Dalla responsabilità sanitaria al no-blame regionale tra conciliazione e risarcimento, in Danno e resp., 2010, 11, 977;
  • De Matteis, La responsabilità professionale del medico. L'art. 3 del d.l. 158/2012 tra passato e futuro della responsabilità medica, in Contr. e impr., 2014, 123;
  • Martini, Legge Balduzzi, come cambia (e se cambia) la responsabilità sanitaria, in Martini-Genovese (a cura di), La valutazione della colpa medica e la sua tutela assicurativa, Rimini, 2012;
  • Paliero-Randazzo-Danesino-Buzzi, Cause e mezzi della medicina difensiva: riflessioni medico-legali, in Riv. it. med. leg., 2013, 17;
  • Querci, Le evoluzioni della responsabilità sanitaria, fra riforma Balduzzi, disegni di legge e novità giurisprudenziali, in Nuova giur. civ. comm., 2014, II, 15;
  • Vallini, L'art. 3 del “Decreto Balduzzi” tra retaggi dottrinali, esigenze concrete, approssimazioni testuali, dubbi di costituzionalità, in Riv. it. med. leg., 2013, 735
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