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USA: nuove sentenze avvalorano i sostenitori della nocività del glifosato per la salute umana

Sommario

Premessa | Breve storia del glifosato | I timori dei mercati e l’istituto dei Punitive Damages |

Premessa

Due miliardi di dollari a titolo di punitive damages e 55 milioni di risarcimento sono stati riconosciuti da una giuria di Oakland, in California, ai coniugi Alva e Albert Pilliod.

Entrambi, ormai ultra settantenni, avrebbero contratto una grave forma di tumore che aggredisce il sistema linfatico, il “linfoma non-Hodgkin”, in seguito all’esposizione al Roundup, un erbicida prodotto dalla Monsanto, azienda della quale la Bayer ha da poco completato l’acquisizione.

Due mesi fa lo stesso prodotto è stato ritenuto responsabile di aver causato la medesima malattia ad un altro cittadino californiano, Edwin Hardeman, da parte di una giuria di San Francisco.

In questo caso, il risarcimento complessivo ha raggiunto la somma di 80 milioni di dollari, 75 dei quali a titolo di punitives.

Il primo precedente eclatante risale tuttavia al 2018, quando sono stati riconosciuti ben 289 milioni di dollari a favore di un giardiniere di 46 anni, poi ridotti a 78 milioni in appello.

Anche in questo caso, si è trattato di linfoma non-Hodgkin e gran parte dell’importo inizialmente riconosciuto, pari a 250 milioni di dollari, è stato ascritto a titolo di danni punitivi.

C’è da notare come questi tre casi costituiscano solo la punta dell’iceberg perché, secondo numerose fonti, tra le quali Bloomberg.com, le cause contro il Roundup della Monsanto/Bayer sono già migliaia, inclusa una class-action da oltre 11.000 ricorrenti, soltanto in USA.

I giudici hanno stabilito che l’esposizione al diserbante ha costituito un “fattore sostanziale” per la contrazione del linfoma non-Hodgkin da parte delle vittime e che il comportamento della Monsanto sarebbe stato negligente, non avendo testato correttamente il prodotto, né avvertito i consumatori dei rischi che correvano.

La Bayer ha definito «eccessiva e ingiustificata» la decisione della giuria, facendo riferimento alle conclusioni dell’Agenzia per la protezione ambientale americana (EPA), che per anni ha affermato che «non esistono rischi per la salute con l’uso del glifosato» ed ha anticipato che ricorrerà in appello.

Anche in Europa, però, la Corte di appello di Lione ha condannato Bayer-Monsanto a risarcire un agricoltore per i danni neurologici causati dall’uso prolungato dei pesticidi prodotti dall’azienda.

Breve storia del glifosato

Il glifosato, o più precisamente glyphosate, è un’ammina individuata per la prima volta negli anni ’50 da una società chimico-farmaceutica svizzera e successivamente sintetizzata negli Stati Uniti dalla Monsanto, che ne brevettò il marchio col nome Roundup.

Da allora, questo diserbante è stato ampiamente usato in agricoltura, per la sua efficacia nel disseccare le piante infestanti, contrapposta ad una presunta bassissima tossicità per l’uomo. Scaduto il brevetto nel 2001, molte altre aziende hanno cominciato a produrre erbicidi con il medesimo componente e questo prodotto ha raggiunto una diffusione enorme in tutto il mondo.

Il glifosato è infatti presente in oltre 750 prodotti per l’agricoltura ed il giardinaggio domestico e già nel 2015 il fatturato mondiale di erbicidi che lo impiegano ammontava a più di 6 miliardi di dollari.

Si tratta, insomma, di un prodotto di punta, che continua a fruttare ai fabbricanti enormi guadagni. E se altre aziende sono ora in grado di utilizzarlo, la Monsanto ha potuto avvantaggiarsi negli anni in cui ne deteneva il brevetto, grazie alle biotecnologie impiegate per sviluppare specie resistenti ad esso, in modo da poter usare l’erbicida senza danneggiare la pianta utile. Soia, mais, grano e colza “Roundup ready” sono così presenti sul mercato da decenni, consentendo alla multinazionale recentemente acquistata dalla Bayer una posizione di mercato assolutamente dominante.

Nel corso degli anni, si sono però diffuse le polemiche sugli effetti nocivi di questo preparato ed hanno cominciato a circolare numerosi studi che accusavano la grande società chimica americana di causare il cancro agli utilizzatori di questo prodotto.

Quando nel 2013 l’EPA (Environmental Protection Agency) ha accolto le sue richieste di elevare il livello legalmente accettabile di residui di glifosato presenti nei cibi venduti in USA, si pensò che la diatriba si sopisse, ma in realtà le controversie sono continuate con grande slancio, finché nel 2015 l’IARC (l’International Agency for Research in Cancer, appartenente all’Organizzazione Mondiale della Sanità), ha riunito un comitato di esperti di 11 paesi per determinare la tossicità di questo erbicida, definendolo “probabilmente cancerogeno” e dunque collocabile nella classe 2A della scala prevista per i prodotti ritenuti in grado di causare tumori.

Lo studio ha esaminato lavoratori agricoli provenienti da USA, Canada e Svezia, mostrando un aumentato rischio di contrarre il linfoma non-Hodgkin su quelli esposti al glifosato. Altre ricerche hanno nel frattempo dimostrato anche danni al DNA ed ai cromosomi dei mammiferi ed è proprio su queste evidenze che fanno ora leva le conclusioni delle giurie californiane.

Le polemiche tra detrattori e difensori del glifosato proseguono da anni, sia in USA che in altri paesi del mondo.

In Europa, l’autorizzazione all’uso del glifosato è scaduta nel 2012 e da allora non si è più trovato l’accordo dei 28 paesi membri a rinnovarla e la Commissione ha proseguito con brevi proroghe, consigliando comunque di limitarne l’uso.

Nell’agosto del 2016 l’Italia è stata il primo paese ad accogliere tale raccomandazione, con decreto del Ministero della Salute che ha proibito il ricorso a prodotti che contengono glifosato nelle zone pubbliche e ricreative, aree gioco per bambini e interne a complessi scolastici e sanitari. È inoltre vietato adoperarlo in agricoltura nel periodo che precede la raccolta o la trebbiatura, dal momento che finirebbe per residuare direttamente nel cibo che consumiamo. Il decreto ha inoltre revocato tutte le nuove autorizzazioni alla commercializzazione di prodotti fitosanitari che lo contengono.

D’altro canto l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), ha definito “improbabile” che il glifosato diventi una minaccia per gli umani attraverso il consumo alimentare: in pratica, eventuali tracce di questo erbicida nel cibo non costituirebbero un problema. Così, al termine di una lunga polemica, il Tribunale UE, forse in seguito alle decisioni delle giurie americane, ha deciso di permettere l’accesso agli studi di tossicità su questa sostanza, ed in particolare a quelli sfavorevoli, fino ad ora considerati ingiustificatamente a danno dell’azienda produttrice.

Sarà quindi possibile contare su una vasta banca dati, per fare chiarezza sui reali effetti sulla salute umana del glifosato, che insieme a talco ed oppioidi, è ora indicato da Insurance ERM – The online resource for enterprise risk management - come uno dei più preoccupanti rischi emergenti, in grado cioè di provocare danni di natura sistemica alla salute umana, a causa della sua estrema diffusione.

I timori dei mercati e l’istituto dei Punitive Damages

Le sentenze che confermano la causalità tra l’uso del glifosato e l’insorgenza di tumori, hanno causato gravi perdite al titolo della Bayer. La società tedesca ha infatti pagato oltre 63 miliardi di dollari per acquisire la Monsanto, ma il titolo ha ora perso il 40% del suo valore, bruciando 30 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Sempre secondo il già citato articolo di Bloomberg.com, molti azionisti dell’azienda pretenderebbero le dimissioni di Werner Baumann, amministratore delegato del gruppo ed artefice dell’acquisizione.

Intorno al glifosato, insomma, si sta svolgendo una vera e propria battaglia e vi è il grande timore di dover far fronte ad altri risarcimenti da centinaia di milioni di dollari.

Soltanto in America gli agricoltori distribuiscono ogni anno sui loro terreni 150 mila tonnellate di erbicidi e ciò avviene ormai da più di 40 anni, con gravi conseguenze per gli esseri umani e gli ecosistemi in genere. Le accuse mosse alla Monsanto, se provate, sarebbero ora in grado di scatenare contro la multinazionale chimica un sentimento popolare che si è già manifestato attraverso il riconoscimento di cifre astronomiche a titolo di danni punitivi.

Com’è noto, l’istituto dei “punitives”, assai popolare negli Stati Uniti d’America nell’ambito della responsabilità civile extracontrattuale, prevede che venga riconosciuta al danneggiato una posta di risarcimento maggiore ed “esemplare”, qualora il danneggiante abbia agito con particolare malizia o efferatezza, ovvero dimostrando colpevole noncuranza delle regole, piuttosto che semplice negligenza. Lo scopo è punire l’autore dell’illecito, scoraggiando nel contempo il perpetrarsi di azioni similari da parte di altri potenziali trasgressori.

La sua funzione dichiaratamente punitiva, anziché tipicamente risarcitoria, lo rende però abbastanza estraneo al nostro ordinamento giuridico ed alla maggior parte dei sistemi di “civil law”, che si fondano su una marcata separazione dei principi sottesi all’ambito del diritto civile, rispetto a quelli sui cui si basa il diritto penale. Il pilastro sul quale fonda la responsabilità civile nel nostro ordinamento è infatti il principio della “restitutio in integrum”, volto a compensare il danneggiato della perdita subita, ponendolo il più possibile nella situazione in cui si sarebbe trovato se l’illecito non fosse stato commesso.

Il riconoscimento di un maggiore risarcimento, seppure allo scopo di ristorare la vittima del danno subito, assume invece una connotazione deterrente e persecutoria, ritenuta dai più come aliena alla funzione compensatoria tipica del nostro sistema, oltre che soggetta a vere e proprie forzature.

In più occasioni, infatti, la Corte Suprema statunitense è dovuta intervenire per porre un freno all’entità di alcuni verdetti, riconosciuti come sproporzionati rispetto alla gravità del comportamento del danneggiante. Non è raro, inoltre, che l’ammontare del danno punitivo riconosciuto in prima istanza venga poi notevolmente ridotto in appello, com’è successo proprio in uno dei processi al Roundup.

Per la loro caratteristica funzione sanzionatoria, in alcuni stati dell’Unione, come Louisiana, Nebraska, Michigan e Washington, questi danni non sono ammessi quale parte del risarcimento assicurativo (e sono dunque non assicurabili). Ciò proprio perché la loro funzione deterrente ed esemplare risulterebbe snaturata, se trasferita ad un assicuratore insieme al rischio.

Tuttavia, soprattutto nei casi in cui gli importi riconosciuti a titolo di punitives non sono particolarmente eclatanti, gli stessi non costituiscono una posta di danno separata dall’importo del risarcimento, e finiscono dunque per essere pagati dagli assicuratori, insieme a quest’ultimo.

In altri stati della Federazione questi danni sono comunque assicurabili ed hanno cominciato a riscuotere un certo successo anche al di qua dell’oceano, soprattutto nei casi che riguardano la lesione di un diritto fondamentale dell’individuo. Le compagnie di assicurazione hanno quindi l’abitudine di escluderne il risarcimento, ogni qual volta debbano estendere la validità territoriale della polizza agli Stati Uniti d’America, o al di fuori dei sistemi di civil law.

In Italia la dottrina si è a più riprese occupata dell’ammissibilità di questo tipo di danni all’interno del nostro sistema giuridico e dopo una lunga serie di giudizi generalmente contrari ad essi, in quanto non compatibili con l’ordine pubblico italiano (inter alia, Cass. civ., sez. I, 15 aprile 2015 n. 7613), si è approdati al noto arresto n. 16601/2017 delle Sezioni Unite, le quali, chiamate ad esprimersi sulla riconoscibilità delle sentenze straniere comminatorie di danni punitivi, hanno un po' “gattopardianamente” concluso che essi rimangano confinati ai casi previsti dalla legge e che la medesima logica debba venire applicata anche per il riconoscimento delle sentenze straniere recanti risarcimenti punitivi, sempreché l’ordinamento estero li preveda con disposizioni normative adeguate e che venga soddisfatto il requisito della loro ragionevolezza e proporzionalità, con riferimento ai nostri criteri di liquidazione (BONA M., Le Sezioni Unite n. 16601/2017: nessuna nuova prospettiva per i “punitive damages” interni, in Ridare.it, 6 novembre 2017).

Un elemento che contribuisce a certi abusi nell’applicazione di questo istituto è certamente rappresentato dal fatto che in USA i verdetti vengono espressi da giurie popolari, generalmente inclini a reazioni emotive nei confronti delle situazioni spesso molto difficili in cui versano i ricorrenti al momento del dibattimento.

Nel caso di Dewayne Johnson, il giardiniere al quale è stato riconosciuto in prima istanza un risarcimento di 289 milioni di dollari, è stato necessario anticipare il processo civile perché i medici ritenevano che la vittima fosse ormai prossima al decesso ed in California è prevista una sorta di rito abbreviato ed anticipato per i querelanti che si trovino in procinto di morire.

Nel corso del dibattimento, Dewayne Johnson ha potuto mostrare gli effetti devastanti della malattia contratta e le terribili lesioni che gli ricoprivano gran parte del corpo, suscitando le reazioni indignate dei giurati ed il conseguente riconoscimento di ben 250 milioni di dollari di danni punitivi ai danni del produttore.

 

 

 

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