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Vittima di violenza sessuale: Italia condannata a risarcire i danni

Una cittadina italiana di origini rumene veniva aggredita, sequestrata e costretta con violenza e minacce a praticare e subire ripetutamente atti sessuali da parte di due cittadini rumeni, i quali, per tali fatti, venivano condannati in sede penale in via definitiva alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione oltre al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio, con assegnazione, in favore della vittima dei suddetti reati violenti, di una provvisionale immediatamente esecutiva di € 50.000,00 che, tuttavia, quest'ultima non riusciva ad ottenere in quanto i rei si erano resi latitanti. Pertanto, in data successiva, la vittima citava in giudizio dinanzi al Tribunale competente la Presidenza del Consiglio dei ministri affinché ne venisse dichiarata la responsabilità civile per la mancata e/o non corretta e/o non integrale attuazione degli obblighi previsti dalla direttiva 2004/80/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, relativa all’indennizzo delle vittime di reato e, in particolare, dell'obbligo ivi previsto a carico degli Stati membri di introdurre entro il primo luglio 2005 un sistema generalizzato di tutela indennitaria, idoneo a garantire un adeguato ed equo ristoro in favore delle vittime di tutti i reati violenti ed intenzionali, compreso il reato di violenza sessuale, nelle ipotesi in cui le medesime fossero impossibilitate a conseguire, dai diretti responsabili, il risarcimento integrale dei danni subiti. Dal proprio canto, la Presidenza del Consiglio di ministri si difendeva chiedendo il rigetto della domanda, adducendo, tra l'altro, che: (1) la direttiva in parola si riferiva unicamente a situazioni transfrontaliere; (2) l'articolo 12, paragrafo 2, del detto provvedimento UE aveva contenuto indeterminato, tale da demandare al legislatore interno sia la scelta delle singole fattispecie di reato, cui riconnettere l'indennizzo ivi previsto, sia la determinazione della misura e della somma da riconoscere in favore della vittima; (3) l'Italia già prevedeva un analogo sistema indennitario in favore delle vittime di reati violenti e intenzionali, seppur limitatamente a determinate fattispecie quali, in particolare, i crimini di matrice terroristica e di tipo mafioso nonché reati di usura e di estorsione. Tuttavia, il Tribunale adito accertava nel merito l'inadempimento della Presidenza del Consiglio dei ministri per la mancata attuazione della direttiva 2004/80/CE con condanna della medesima al pagamento in favore della vittima del reato della somma di € 90.000,00, oltre interessi di legge dalla sentenza al saldo effettivo, nonché alla rifusione delle spese legali. Avverso tale pronuncia la Presidenza del Consiglio dei ministri interponeva gravame che, però, la Corte di appello competente accoglieva solo in parte, riformando unicamente la misura del risarcimento, ridotto a € 50.000,00 oltre accessori. Nella sua pronuncia, il giudice di secondo grado, con riferimento al presupposto dell’impossibilità per la vittima di conseguire il risarcimento del danno direttamente dagli autori del reato violento intenzionale, escludeva -come già affermato dal Tribunale- che l'attrice potesse ottenere dai diretti responsabili un adeguato ristoro, seppur parziale, dei danni subìti, essendosi gli offensori resi latitanti nelle more del giudizio di primo grado e non avendo mai manifestato forme di pentimento nè offerto alcun ristoro patrimoniale in favore della vittima. Di talché, non avrebbe avuto alcuna utilità pratica la proposizione di una causa civile risarcitoria nei confronti dei rei. Per la cassazione di tale sentenza proponeva ricorso la Presidenza del Consiglio dei ministri, affidando le sorti dell'impugnazione a tre motivi. La causa, dopo essere stata discussa nel 2015, veniva però rinviata a nuovo ruolo in attesa delle pronunce della Corte di giustizia dell'Unione Europea in relazione alla procedura di infrazione promossa, per il medesimo inadempimento, dalla Commissione europea. Conclusasi tali due giudizi, la Suprema Corte poteva prendere in esame i motivi di ricorso.

 

I motivi di ricorso. Col primo motivo il Consiglio dei ministri lamenta che la Corte territoriale abbia erroneamente ritenuto che fossero ravvisabili, nel caso di specie, le condizioni giuridiche richieste ai fini della configurabilità, in capo allo Stato membro, della responsabilità per i danni causati ai privati, in conseguenza della violazione del diritto comunitario, male interpretando la direttiva 2004/80/CE. A tal fine il Consiglio dei ministri assume che gli scopi e le finalità della direttiva citata sarebbero quelli di prevedere un sistema indennitario per le vittime di reati intenzionali e violenti ma limitatamente alle situazioni transfrontaliere, cioè con esclusione di quelle meramente interne. Inoltre, un’ulteriore difesa è quella secondo cui lo stesso art. 12, par. 2 -vale a dire quello che impone a tutti gli Stati membri di provvedere all'introduzione di un sistema interno che garantisca un indennizzo equo e adeguato alle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori-, interpretato alla luce di altre norme all'interno della direttiva stessa, indurrebbe a ritenere che esso non sia indirizzato ai Paesi già dotati di un meccanismo di indennizzo a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. In tale prospettiva, rileva secondo il ricorrente la circostanza che il legislatore italiano abbia già provveduto ad introdurre una serie di leggi speciali recanti procedure di indennizzo a favore delle vittime di fattispecie criminose di particolare allarme sociale -tra cui quelle relative alla criminalità organizzata, all'estorsione, all'usura e al terrorismo- sebbene non sia stato previsto analogo sistema indennitario a tutela delle vittime dei reati legati alla criminalità comune e, quindi, del reato di violenza sessuale. Altro motivo di doglianza è quello relativo al nesso causale tra il presunto inadempimento della normativa europea ed il conseguente danno lamentato dall’originale attrice, dato che quest'ultima non aveva mai provveduto a dare esecuzione alla provvisionale nei confronti dei due offensori. Tuttavia, questo motivo viene dichiarato dalla Suprema Corte infondato in tutta la sua articolazione sul sostanziale presupposto che l'anzidetto art. 12, par. 2, debba essere interpretato nel senso che esso mira a garantire al cittadino dell'Unione Europea il diritto di ottenere un indennizzo equo ed adeguato per le lesioni subite nel territorio di uno stato membro nel quale si trova -nell'ambito dell'esercizio del proprio diritto alla libera circolazione- imponendo a ciascuno Stato membro di dotarsi di un sistema di indennizzo delle vittime per ogni reato intenzionale violento commesso sul proprio territorio. Infondata, inoltre, si manifesta anche l'altra circostanza, atteso che, in ragione della portata del citato art. 12, par. 2, da leggersi in combinazione con i diritti fondamentali -parte integrante dei principi generali del diritto e, tra questi, quelli di uguaglianza e di non discriminazione, espressamente enunciati nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea- si è prospettato che l'obbligo indennitario generalizzato previsto dalla direttiva del 2004 potesse operare anche nei confronti dei residenti stabili nello Stato italiano, giacché proprio in forza di questi princìpi e diritti lo Stato non avrebbe potuto dare attuazione alla direttiva, tempestivamente, in modo ingiustificatamente discriminatorio nei confronti del cittadino residente stabile nel proprio territorio. La Suprema Corte, in conclusione, chiarisce che la portata applicativa della norma in parola è quella che non solo obbliga gli Stati membri a dotarsi di un sistema di indennizzo delle vittime per ogni reato intenzionale violento commesso sul proprio territorio, ma che consente anche ai soggetti residenti nello Stato membro, così obbligato, di poter usufruire dell'indennizzo, essendo anche essi titolare del diritto conferito, nella specie, dal diritto derivato dell'Unione.

 

I Giudici di legittimità, altresì, rigettano l'eccezione del Consiglio dei ministri secondo cui lo Stato italiano non può essere condannato in quanto, nel caso di specie, ci si trova di fronte ad una violazione ‘non sufficientemente qualificata’ della direttiva. Al contrario, secondo la Corte, risulta che la stessa Corte di giustizia dell'Unione Europea ha condannato l'Italia per tale violazione dato che -alla luce della giurisprudenza comunitaria- il criterio che assume decisività per considerare sufficientemente qualificata una violazione del diritto comunitario è quello della violazione manifesta e grave, da parte di uno Stato membro o di una Istituzione comunitaria, dei limiti posti al loro potere discrezionale. E ciò in considerazione di una serie di elementi che possono essere valutati dal giudice, come: la complessità delle situazioni da disciplinare, il grado di chiarezza e di precisione della norma violata, nonché l'ampiezza del potere discrezionale che tale norma riserva all'Autorità nazionale o all'Istituzione dell'Europa. In ogni caso, una violazione del diritto comunitario risulta manifesta e grave quando continua nonostante la pronuncia di una sentenza che ha accertato l'inadempimento contestato, di una sentenza pregiudiziale o di una giurisprudenza consolidata della Corte in materia, dalle quali risulti l'illegittimità del comportamento in questione.

 

E, a tal riguardo, le sentenze della Corte di Lussemburgo -sia pregiudiziale sia emesse in sede di verifica della validità di una disposizione- hanno il valore di ulteriore fonte del diritto europeo indicandone il significato ed i limiti di applicazione, in quanto unica Autorità giudiziaria deputata all'interpretazione delle norme dell'Unione europea con carattere vincolante per il giudice nazionale. Nella specie, la violazione del succitato art. 12, par. 2, per un verso, è stata accertata dalla stessa Corte di giustizia con declaratoria di responsabilità dell'Italia di essere venuta meno all'obbligo di dotarsi di un sistema generalizzato delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti. Per altro verso, la portata estensiva di detta norma -applicabile anche nei confronti delle vittime residenti nello Stato membro in cui il reato è stato commesso- è stata dalla stessa Corte di giustizia affermata in forza di un’interpretazione diretta della direttiva, di per sé ritenuta ab origine fonte, chiaramente orientata a conferire anche alle vittime non transfrontaliere la tutela indennitaria da essa contemplata.

 

Il danno da illecito comunitario – il parametro per la sua valutazione e liquidazione - nozioni di risarcimento ed indennizzo. Infine, la Suprema Corte analizza l’ulteriore doglianza del Consiglio dei ministri: id est, il fatto che la Corte territoriale avrebbe errato nella liquidazione del quantum debeatur riconoscendo per il ‘danno non patrimoniale’ subìto dall'attrice la somma esorbitante di € 50.000,00 la quale, in quanto corrispondente alla provvisionale riconosciuta in favore della vittima in sede penale, sarebbe finalizzata a ristorare integralmente la medesima dalle gravissime conseguenze di ordine morale e psicologiche connesse al reato. In altri termini, il giudice di appello, pur confermando il carattere indennitario dell'obbligazione a carico dello Stato per la mancata attuazione della direttiva, avrebbe poi in concreto confuso il concetto di risarcimento con la nozione di indennizzo, essendo di fatto la somma liquidata preordinata al ristoro integrale dei danni subìti dalla vittima, siccome commisurata alla provvisionale liquidata in sede penale. Con riferimento a tale motivo, i Giudici ne confermano la fondatezza ma solo nei termini che seguono.

 

La Suprema Corte, in ordine alla responsabilità dello Stato per omessa, incompleta o tardiva trasposizione di direttive eurounitaria nell'ordinamento interno, innanzitutto, ribadisce che si tratta di natura di illecito contrattuale, che quindi genera un’obbligazione risarcitoria in conseguenza di detto inadempimento, i cui effetti pregiudizievoli sono da ristorare integralmente ai sensi dell'art 1223 c.c. oppure con valutazione equitativa del danno -non altrimenti dimostrabile nel suo preciso ammontare- ai sensi dell'art. 1226 c.c. In questa prospettiva va letto, secondo la Cassazione, il principio espresso dalla giurisprudenza di Lussemburgo per cui il danno da illecito comunitario può anche essere risarcito in forma specifica -con un adeguamento completo alle disposizioni della direttiva non autoesecutiva da parte del legislatore nazionale ad effetto retroattivo- se ciò è sufficiente a rimediare alle conseguenze pregiudizievoli della violazione del diritto dell'Unione, fatta salva, comunque, la prova di un eventuale maggior danno subìto per non aver potuto fruire a suo tempo dei vantaggi garantiti dalla norma. Maggior danno che -rammenta la Corte- può essere di natura patrimoniale o non patrimoniale, giacché anche l'inadempimento contrattuale può dar luogo a quest'ultimo tipo di pregiudizio, allorquando ricorrono le ipotesi espressamente previste dalla legge o sia stato leso in modo grave un diritto della persona tutelato dalla Costituzione.

 

Tutto ciò necessariamente premesso, il criterio parametrico basilare per la valutazione e la liquidazione del danno patito dal soggetto danneggiato dall’inadempimento dello Stato nella tardiva attuazione della direttiva de qua è costituito dall'ammontare dell'indennizzo a cui esso -in quanto vittima del reato intenzionale violento- avrebbe avuto diritto ab origine come bene della vita, garantito dall'obbligo di conformazione del diritto nazionale a quello dell'Unione. Pertanto, alla luce delle correlazioni tra direttiva/risarcimento per illecito comunitario, da un lato, e indennizzo art. 12 della direttiva/risarcimento danno da reato, dall'altro, assume specifico rilievo la funzione omologa assolta dall'indennizzo e risarcimento del danno civile in favore della vittima del reato di violenza sessuale, essendo entrambi -seppure non coincidenti quanto ai presupposti, ai titoli dell’erogazione nonché ai valori economici necessariamente implicati- comunque volti a ristorare -il primo, in misura non integrale come invece il secondo- il danno morale e materiale subìto dalla stessa vittima. Ristoro che, per l'indennizzo, non deve essere puramente simbolico ma, anche laddove forfettariamente determinato, deve tener conto della peculiarità del crimine e della sua gravità -essendo nel caso di specie vulnerate non solo l'integrità ma anche la dignità personale, la sfera di autodeterminazione e della libertà sessuale-. Alla luce di tali ragioni le censure di parte ricorrente sono risultate prive di fondamento, giacché la sentenza impugnata risultava aver ben colto la differenza giuridica e concettuale tra l'indennizzo della direttiva ed risarcimento del danno civile, per le conseguenze negative derivate alla vittima del reato nel caso di specie rilevante -evidenziando come il ristoro per la perdita del primo non poteva pienamente coincidere con il secondo- sebbene poi la perdita subìta dall’attrice -in conseguenza del mancato conseguimento dell' indennizzo per la mancata trasposizione della direttiva in parola- era da liquidarsi, in via equitativa, in relazione alle gravissime conseguenze di ordine morale e psicologico connesse al reato. In tal senso va letto il fatto che -diversamente dalla liquidazione operata in primo grado per € 90.000,00- la Corte territoriale abbia fatto riferimento alla provvisionale stimata dal giudice penale di euro 50.000,00: il dato, infatti, conferma che -contrariamente a quanto opinato della Presidenza del Consiglio dei ministri- il giudice di secondo grado ha riconosciuto ‘concretamente’ come il risarcimento per l'illecito comunitario non fosse volto a riparare integralmente il danno patito dalla vittima della violenza sessuale. Si tratta, cioè, di liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c. che non solo non trascende nella arbitrarietà ma che, anzi, collocandosi nell'alveo dei princìpi sopra enunciati, tiene in debito conto la evidenziata funzione omologa delle due poste, cioè indennitaria e risarcitoria civile per il danno da reato, pur nella loro riconosciuta diversità causale di consistenza economica. Ciò posto, la liquidazione equitativa del giudice di appello viene apprezzata anche in coerenza con la domanda svolta dall'attrice di risarcimento di tutti i danni subìti e patenti -e quindi anche quelli derivati dal mancato godimento del beneficio- e come il quantum debeatur risulta ancorato ad una perdita, morale e materiale, patita dall'attrice che si è potuta alimentare pure in ragione del tempo trascorso in attesa della trasposizione della direttiva del 2004, non ancora effettuata del resto al momento della decisione di secondo grado. In ciò è consentito ravvisare quel maggior danno subìto dell'avente diritto per non aver potuto beneficiare a suo tempo dei vantaggi garantiti dalla norma attributiva.

 

Il fatto sopravvenuto e la compensatio lucri cum danno. Però -conclude la Corte- nel contesto della denuncia di parte ricorrente relativo al profilo del quantum debeatur, deve trovare il rilievo il fatto sopravvenuto della corrispondenza in favore dell'originale attrice -nel corso del giudizio di legittimità- dell'indennizzo di cui alla L. n. 122/2016, e successive modificazioni, in quanto vittima di reato intenzionale violento. Pertanto, dal risarcimento dovuto all'attrice a titolo di danno per tardiva trasposizione nell'ordinamento interno della direttiva de qua -liquidato dalla competente Corte territoriale nella misura di € 50.000,00 oltre interessi dalla sentenza del primo grado- deve essere detratta la somma di € 25.000,00, corrisposta all'attrice a titolo di indennizzo ex L. n. 122/2016, applicando al caso di specie l’istituto della cd. compensatio lucri cum danno, intesa come regola di evidenza operativa per la stima e liquidazione del danno. Infatti, la compensazione lucri con danno integra un’eccezione in senso lato, cioè non la prospettazione di un fatto modificativo oppure impeditivo o, ancora, estintivo del diritto altrui, ma una mera difesa in ordine all'esatta globale entità del danno effettivamente patito dal danneggiato, entità che resta l'oggetto iniziale della controversia e non viene ampliata dalla detta valutazione. Come tale, essa può essere anche rilevata d'ufficio dal giudice il quale, per determinare l'esatta misura del danno risarcibile, può fare riferimento -in base al principio dell'acquisizione della prova- a tutte le risultanze del giudizio. Per questi motivi la Suprema Corte rigetta i primi due motivi di ricorso ed accoglie il terzo nei termini sopra precisati, cassando la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e decidendo nel merito, con la condanna della Presidenza del Consiglio dei ministri al pagamento in favore della controricorrente della somma di euro 30.000,00, oltre interessi legali nonché delle spese dei tre gradi di giudizio.

 

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