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Esercente attività pericolose

Sommario

Nozione | Elemento oggettivo | Qualità dell’agente | Elemento soggettivo | Nesso di causalità e caso fortuito | Onere della prova | Aspetti medico legali | Criteri di liquidazione | Aspetti processuali | Casistica |

Nozione

L’istituto della responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa è disciplinato dall’art. 2050 c.c., secondo cui l’esercente di un’attività da classificarsi come pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi utilizzati, è tenuto a risarcire il danno, se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitarlo.

La fattispecie rientra nel genus delle ipotesi speciali di responsabilità extracontrattuale disciplinate nel titolo IX “Dei fatti illeciti” (artt. 2043 c.c. e ss.) ed è stata inserita per la prima volta nel codice civile dal legislatore del 1942, con l’intento di garantire una maggiore tutela ai soggetti danneggiati nell’ambito di attività - normalmente (ma non necessariamente) a carattere imprenditoriale - ritenute lecite dall’ordinamento per l’utilità sociale rivestita, ma ad alto potenziale di rischio dannoso.

Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, l’attività pericolosa non diventa, per tale solo fatto, illecita e cioè proibita, sicché il problema della responsabilità e della conseguente allocazione del rischio va risolto attraverso il bilanciamento del diritto dell’esercente ad intraprendere la propria attività e quello del terzo a non essere danneggiato. Il contemperamento di tali interessi è stato raggiunto dal legislatore, attraverso la formulazione dell’art. 2050 c.c., con un criterio di imputazione della responsabilità ad hoc e conseguente inversione dell’onere della prova.    

Elemento oggettivo

La norma prevede la responsabilità di chi sia esercente un’attività pericolosa, per il danno che sia stato cagionato nello svolgimento della medesima attività.

Pertanto, è primariamente necessario per l’interprete definire il concetto di “attività pericolosa” al fine di circoscrivere l’ambito di operatività della fattispecie in esame.

In primo luogo, il testuale richiamo normativo all’“attività” induce a ritenere che sia necessario il presupposto di una continuità di atti e di predisposizione di mezzi, dovendosi invece escludere che sia sufficiente ad integrare l’ipotesi di responsabilità contemplata dall’art. 2050 c.c. lo svolgimento di una singola condotta, ancorché pericolosa.

Al riguardo, la Suprema Corte ha avuto modo di specificare che, siccome tutte le attività umane contengono in sé un grado più o meno elevato di pericolosità per coloro che le esercitano, al fine di rendere applicabile l’art. 2050 c.c. si deve sempre operare una netta distinzione tra pericolosità della condotta e pericolosità dell’attività in sé considerata.

La prima riguarda un’attività normalmente innocua, che assume i caratteri della pericolosità a causa della condotta imprudente o negligente dell’operatore, ed è pertanto elemento costitutivo della responsabilità ex art. 2043 c.c.

La seconda concerne un’attività che, invece, è potenzialmente dannosa di per sé per l’alta percentuale di danni che può provocare in ragione della sua natura o della natura dei mezzi adoperati ed è una componente della responsabilità indicata dall’art. 2050 dello stesso codice (così Cass. civ., 21 ottobre 2005, n. 20557; Cass. civ., 26 aprile 2004, n. 7916).

La distinzione tra pericolosità della condotta e pericolosità dell’attività - che consiste in un accertamento di fatto rimesso al giudice - produce conseguenze di notevole rilievo in punto di criterio di imputazione della responsabilità, considerato che, nel primo caso, si tratta di verificare il grado di diligenza o di perizia dell’operatore e, nel secondo caso, la natura dell’attività svolta o il grado di efficienza dei mezzi adoperati.

Inoltre, sebbene la norma si riferisca testualmente alle sole “attività”, è bene precisare che per parte della giurisprudenza va altresì ricompresa nell’ambito applicativo della fattispecie in esame la cosiddetta “omissione pericolosa”.  Come osservato in dottrina, per assumere rilevanza, l’omissione presuppone comunque l’esercizio di un’attività, poiché consiste nel difetto di predisposizione di misure cautelative e preventive, da adottarsi in concreto in relazione alla natura dell’attività esercitata, alla stregua delle norme di comune diligenza e prudenza (Franzoni, L’illecito, in Tratt. Resp. Civ., Milano, 2010, p. 424; Cass. civ., 7 maggio 2007, n. 10300, Cass. civ., 16 gennaio 2013, n. 919).

Così chiarita la nozione di attività, resta da definire quando essa possa dirsi “pericolosa”, ai sensi dell’art. 2050 c.c. Al riguardo, per giurisprudenza costante della Corte di Cassazione, deve intendersi tale non solo quell’attività espressamente qualificata pericolosa dalla legge [segnatamente dalla legge di Pubblica Sicurezza o da altre normative speciali in materia di infortuni sul lavoro e di protezione di dati personali (cfr. sul punto l’art. 15 d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, Testo Unico della Privacy, che richiama espressamente la norma in esame)], ma anche ogni altra che, pur non essendo legislativamente prevista, tuttavia presenti una pericolosità intrinseca o relativa ai mezzi impiegati (Cass. civ., 27 maggio 2005, n. 11275; Cass. civ., 20 luglio 1993, n. 8069).

Si distingue, pertanto, tra attività tipiche, identificate come pericolose da disposizioni di legge, e atipiche, nelle quali la qualifica di pericolosità discende da una valutazione empirica ad opera dell’interprete.

In questo secondo caso, in mancanza di specifiche previsioni normative, la verifica della pericolosità viene demandata ad un accertamento di fatto, da svolgersi: (i) per effetto di un giudizio di prognosi postuma, fondato non sull’evento dannoso in concreto verificatosi (Comporti, Franzoni), bensì in base ad una valutazione ex ante delle circostanze spazio temporali presenti al momento stesso dell’accadimento lesivo e conoscibili dall’agente (esercente); (ii) sulla scorta di alcuni parametri di riferimento qualitativo – quantitativi.

In particolare, vengono considerati indici rilevatori della pericolosità: la frequenza statistica con la quale dall’esercizio dell’attività derivi un certo tipo di danno (c.d. elevata probabilità) o la gravità del danno che una determinata attività può in astratto cagionare (c.d. potenzialità dannosa), considerate in relazione al criterio della normalità media e rilevate attraverso dati statistici o, laddove essi manchino, mediante elementi tecnici e della comune esperienza (Cass. S.U.,11 gennaio 2008, n. 582; Cass. civ., 6 aprile 2006, n. 8095).

Va, inoltre, aggiunto che, a seguito di un’iniziale interpretazione restrittiva dell’art. 2050 c.c., l’orientamento più recente della giurisprudenza di legittimità tende ad estendere il giudizio di “pericolosità” anche al bene finale dell’attività produttiva, sempre che quest’ultimo ne abbia conservato la potenzialità lesiva nei confronti dei consumatori-utenti (Cass. civ., sent. 30 agosto 2004, n. 17639; Cass. civ., 4 giugno 1998, n. 5484; Cass. civ., 19 gennaio 1995, n. 567; ed in relazione al carattere pericoloso ex art. 2050 c.c. degli emoderivati, Cass. civ., sent. 27 gennaio 1997, n. 814; Cass. civ., 1 febbraio 1995, n. 1138; Cass. civ., 15 luglio 1987, n. 6241).

Nello specifico, sul presupposto della mancanza di una base normativa per limitare la responsabilità ex art. 2050 c.c. al solo momento produttivo, la Suprema Corte è giunta a sostenere che, qualora l’attività abbia ad oggetto la realizzazione di un prodotto destinato alla commercializzazione e poi al consumo, “la caratteristica di “pericolosità” può riguardare anche tale prodotto, indipendentemente dal punto che esso sia altamente idoneo a produrre i danni non nella fase della produzione o della commercializzazione, ma nella fase del consumo” e ciò tanto più ove “il pericolo invocato sia quello conseguente all’uso tipico e normale di quel prodotto e non ad un uso anomalo” (così Cass. civ., 17 dicembre 2009 n. 26516 in tema di danno da fumo).

Alle critiche sollevate in dottrina avverso una lettura interpretativa così estensiva della norma - che condurrebbe a confondere e ad assimilare la responsabilità ex art. 2050 c.c. alla diversa responsabilità del produttore per prodotto difettoso, di cui al D.P.R. 24 maggio 1988, n. 224 (attualmente abrogato e recepito dal d.lgs. n. 206/2005, art. 114 Cod. Cons. e ss.), la giurisprudenza ha obiettato che nella fattispecie in esame “non vi è un vizio del prodotto, ma la pericolosità è intrinseca al prodotto stesso”.

 

Qualità dell’agente

Ai sensi dell’art. 2050 c.c., il danneggiante è l’esercente un’attività pericolosa. La corretta individuazione di tale qualifica soggettiva ha destato alcune perplessità interpretative, attesa la diversa dicitura tra il titolo della norma “esercizio di attività pericolosa” ed il suo contenuto, che si riferisce allo “svolgimento di un’attività pericolosa”.    

Una prima lettura, più restrittiva, ha inteso dunque circoscrivere la posizione di esercente a colui che esercita a livello imprenditoriale l’attività; mentre l’orientamento maggioritario di dottrina e giurisprudenza ha ritenuto che possa trattarsi anche di un’attività occasionale, esercitata non a livello professionale, e pur se a carattere non lucrativo.

Trattandosi di un regime comune di responsabilità civile, esercente ex art. 2050 c.c. può essere anche la Pubblica Amministrazione, nonostante vengano esentate le attività volte a soddisfare le esigenze primarie della collettività, come l’attività di Polizia (cfr. Cass. civ., 30 novembre 2006, n. 25479); nonché gli enti collettivi.

Va dunque precisato che, qualora l’esercente sia una persona giuridica, nei limiti dei rapporti esterni tra danneggiante e danneggiato, la responsabilità dell’ente può concorrere con quella della persona fisica che svolge materialmente l’attività ex art. 2055 c.c., mentre i rapporti interni di questi ultimi restano disciplinati dalle diverse norme dettate in tema di responsabilità contrattuale o extracontrattuale ex art. 2043 c.c. (Cass. civ., 27 gennaio2009, n. 1966).

Resta fermo che, nell’ambito di un’attività pericolosa, nel caso in cui la responsabilità sia attribuibile al fatto del dipendente, il padrone risponde non ai sensi dell’art. 2049 c.c., ma in forza dell’art. 2050 c.c., prevalendo la sua qualità di esercente, di cui il dipendente rappresenta una longa manus.

Elemento soggettivo

Sulla determinazione della natura della responsabilità ex art. 2050 c.c., attesa l’incertezza della formulazione della norma, sono state elaborate diverse tesi succedutesi nel tempo:

1) secondo un primo orientamento dottrinale, l’art. 2050 c.c. configura un’ipotesi di responsabilità per colpa presunta (Comporti). Muovendo dal presupposto per cui non è configurabile una responsabilità senza colpa, tale linea di pensiero ha rinvenuto il criterio di imputazione della responsabilità in esame nell’elemento soggettivo, valorizzando la previsione di una prova liberatoria imperniata sulla valutazione del comportamento diligente dell’esercente.

Il danneggiato godrebbe, pertanto, di una tutela più ampia, non essendo tenuto a provare la colpa del danneggiante, presunta ex lege, mentre quest’ultimo sarebbe liberato dalla responsabilità ascrittagli dimostrando l’assenza di colpa, ovvero fornendo la prova di aver tenuto un comportamento diligente.

Tuttavia, in senso critico è stato rilevato che tale interpretazione, da un lato, si pone in contrasto con la lettera della norma, che richiede l’adozione di “tutte” le misure idonee ad evitare il danno, e non solo di quelle che si rendano opportune, secondo il parametro dell’ordinaria diligenza; dall’altro, che la sola circostanza del verificarsi del danno costituirebbe di per sé dimostrazione della mancata diligenza dell’esercente, cosicché la prova liberatoria non potrebbe mai in concreto essere fornita.

2) Una diversa impostazione di pensiero, invece, ha ravvisato nell’art. 2050 c.c. una responsabilità per culpa laevissima, considerato che la prova liberatoria implicherebbe un inasprimento del dovere di diligenza posto a carico dell’esercente (Cass. civ., 13 maggio 2003, n. 7298). Il legislatore avrebbe, dunque, voluto aggravare la responsabilità del danneggiante, ancorandola ad un grado di diligenza più rigoroso, superiore a quello ordinario, da parametrarsi in concreto alla natura dell’attività svolta (Ziviz, Responsabilità oggettiva, in La colpa nella responsabilità civile, vol. III, 2006, p.154).

Anche tale interpretazione non si è sottratta alle critiche della dottrina, che ha rilevato come il criterio della culpa laevissima non si differenzi dall’imputazione ordinaria per colpa, considerato che l’art. 2043 c.c. non distingue a seconda dell’intensità dell’elemento soggettivo.

3) L’opinione prevalente nella dottrina e nella giurisprudenza più recenti, invece, sostiene la natura oggettiva della responsabilità ex art. 2050 c.c., fondata sul mero rapporto causale tra lo svolgimento dell’attività pericolosa e la verificazione dell’evento lesivo, indipendentemente dal comportamento diligente tenuto dall’esercente.

Tale esito discende, in primis, dal pacifico superamento nel nostro ordinamento della concezione tradizionale, mutuata dal diritto tedesco, secondo cui non può configurarsi alcuna responsabilità senza colpa. In particolare, è stato chiarito in giurisprudenza proprio con riferimento alla fattispecie di cui all’art. 2050 c.c. che “la responsabilità oggettiva non può essere pura assenza o irrilevanza dei criteri soggettivi di imputazione, bensì sostituzione di questi con altri di natura oggettiva, i quali svolgono nei confronti del rapporto di causalità la medesima funzione che da sempre è propria dei criteri soggettivi di imputazione nei fatti illeciti”. Cosicché, “il criterio di imputazione nelle specifiche fattispecie di responsabilità oggettive è fissato dal legislatore con una qualificazione del soggetto, su cui viene fatto ricadere il costo del danno”, sulla base del criterio della allocazione del rischio (Cass. civ., 17 dicembre2009,n. 26516).  

Inoltre, quest’ultimo orientamento pare maggiormente aderente al dettato normativo, posto che la valutazione richiesta dall’art. 2050 c.c. concerne l’attività nella sua interezza e non la condotta personale del danneggiante, al quale in definitiva può essere attribuita una responsabilità pur in assenza di una sua condotta colposa, consistente nella mancata predisposizione di tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Nesso di causalità e caso fortuito

A prescindere dal criterio di imputazione accolto ed in concreto adottato, resta fermo che al fine di veder affermata la responsabilità dell’esercente di cui all’art. 2050 c.c. occorre fornire la prova – gravante sul danneggiato – del nesso di causalità sussistente tra lo svolgimento dell’attività e l’evento dannoso.

Ciò significa, da un lato, che non è sufficiente che l’accadimento lesivo si sia verificato nell’ambiente dell’esercente, o in presenza di una cosa pericolosa (trovando applicazione in quest’ultimo caso l’art. 2051 c.c.); dall’altro, che il soggetto danneggiante non può essere investito di una responsabilità rispetto ad un evento che non sia ad esso riconducibile.  

La responsabilità viene, pertanto, esclusa tutte le volte in cui nella causazione dell’illecito sia intervenuto un fattore esterno, idoneo a determinare l’evento dannoso in via esclusiva, interrompendo il nesso eziologico tra il fatto generatore – esercizio dell’attività – e l’evento dannoso stesso.

Tale causa sopravvenuta deve rivestire i caratteri dell’eccezionalità, dell’inevitabilità e dell’oggettiva imprevedibilità, tipici del caso fortuito.

Infatti, come precisato dalla Suprema Corte proprio in materia di danno da attività pericolosa, sebbene il caso fortuito sia espressamente previsto come causa liberatoria solo dagli artt. 2051 e 2052 c.c., esso attiene al profilo causale e rileva in qualsivoglia ipotesi di illecito, anche di natura oggettiva, sulla scorta del generale principio secondo cui il nesso eziologico costituisce elemento ontologico irrinunciabile di ogni fattispecie di responsabilità.

Con riferimento all’art. 2050 c.c., ne consegue che, “nell’ipotesi in cui l’esercente dell’attività pericolosa non abbia adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, realizzando quindi una situazione astrattamente idonea a fondare una sua responsabilità ex art. 2050 c.c., la causa efficiente sopravvenuta, che da sola sia stata idonea a causare l’evento, recide il nesso eziologico che si sarebbe innestato tra l’attività pericolosa stessa, esercitata in assenza di misure di cautela idonee, e l’evento, se questa causa sopravvenuta è idonea a determinare l’evento in via esclusiva, costituendo - invece - causa concorrente, se l’evento dannoso si ricolleghi eziologicamente ad entrambe le cause (cioè all’attività pericolosa, in assenza di idonee cautele, ed alla causa sopravvenuta)” (Cass. civ., 4 maggio 2004, n.8457, ed in termini anche Cass. civ., 22 dicembre 2011, n. 28299; Cass. civ., sent.5 marzo 2012, n. 3424; Cass. civ., 5 gennaio 2010, n. 25).

Invece, nella ipotesi in cui sia ignota la causa dell’evento dannoso, la responsabilità ex art. 2050 c.c. va affermata ove risulti non interrotto il nesso di causalità con l’esercizio dell’attività pericolosa, mentre va esclusa ove sussista incertezza sul fattore causale e sulla riconducibilità del fatto all’esercente.

Anche il fatto del danneggiato o del terzo possono integrare il caso fortuito e quindi produrre effetti liberatori, sempre che per la loro incidenza e rilevanza siano tali da escludere, in modo certo o altamente probabile, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento.

Sul punto, tuttavia, merita di essere richiamata la giurisprudenza di legittimità già citata, in tema di danno da fumo, che non tiene conto del concorso della vittima nella causazione dell’illecito, ritenendo che il dovere di prevenzione dell’incidente, generalmente gravante sul danneggiato, sia elemento esterno rispetto al paradigma normativo, estraneo alla serie causale tipizzata dalla fattispecie di responsabilità (e quindi semmai rilevante in sede di quantificazione del danno ex art. 1227 comma 2, c.c.) (Cass. civ., 17 dicembre 2009, n. 26516).

L’idoneità della causa sopravvenuta a recidere il nesso eziologico tra fatto generatore e danno costituisce una valutazione rimessa all’apprezzamento del giudice, incensurabile in sede di legittimità in presenza di congrua motivazione.

Onere della prova

Dalle considerazioni che precedono, discende che ai sensi dell’art. 2050 c.c. incombe in ogni caso sull’attore danneggiato l’onere di provare:

(i) l’esistenza di un’attività, avente carattere pericoloso, per sua natura o per la natura dei mezzi impiegati,

(ii) il danno subito,

(iii) la circostanza che l’esercizio di quell’attività abbia cagionato l’evento lesivo lamentato (nesso causale tra fatto generatore e danno).

Maggiormente problematica ed incerta si rivela, invece, la posizione dell’esercente, il quale deve dare dimostrazione “di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno” al fine di liberarsi della responsabilità ascrittagli.

È evidente che la consistenza di tale onere probatorio, stante l’incertezza della formulazione normativa, muta a seconda del criterio di imputazione di responsabilità che si ritenga di voler accogliere.

Laddove si acceda alla tesi minoritaria secondo cui l’art. 2050 c.c. prevede un’ipotesi di presunzione di colpa, il danneggiante si libera dimostrando di aver in concreto tenuto un comportamento diligente, predisponendo cioè tutte le cautele necessarie per scongiurare il verificarsi dell’evento, da valutarsi secondo la migliore scienza ed esperienza o sulla scorta di leggi e regolamenti che disciplinino fattispecie tipiche di attività pericolose. Pertanto, nel caso in cui la legge imponga l’adozione di certe misure, la scelta di interventi diversi da parte dell’esercente importa una presunzione iuris et de iure di responsabilità del medesimo.

Tuttavia - come già si è accennato - è stato osservato che, sulla base di tale impostazione, l’esercente non potrebbe mai andare esente da responsabilità, atteso che il concreto verificarsi dell’evento dannoso presupporrebbe di per sé il mancato approntamento di una delle misure preventive necessarie ad evitare l’incidente, di tal che la prova liberatoria si rivelerebbe inevitabilmente diabolica.

Dall’affermazione della natura oggettiva della fattispecie in esame, invece, discende che la responsabilità di cui all’art. 2050 c.c. non si fonda su un comportamento dell’esercente, ma su una relazione oggettiva tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso.

Ne consegue che, a prescindere dalla diligenza o meno della condotta del danneggiante (quindi anche nell’ipotesi in cui egli abbia omesso di approntare le misure idonee ad evitare il danno, cfr. sempre Cass. civ., 4 maggio 2004, n.8457), quest’ultimo potrà liberarsi provando l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale tra l’attività pericolosa ed il danno.       

Aspetti medico legali

Se dall’esercizio dell’attività pericolosa deriva un danno alla persona, è necessaria una consulenza tecnica d’ufficio che accerti la durata e l’entità del danno biologico temporaneo e permanente. (cfr. E. Ronchi, La consulenza medico legale, Milano 2013, 122).

Particolare attenzione merita il quesito da sottoporre al medico legale, alla luce delle recenti novità normative relative all’art. 139 Cod. Ass. (cfr. D. Spera, Art. 32, commi 3 ter e 3 quater, della l. 27/2012: problematiche interpretative, in Danno e Resp., Milano, 2013, 216).

Il medico legale dovrà accertare gli effetti della menomazione temporanea e permanente su tutti gli aspetti anatomo-funzionali, relazionali e di sofferenza psico-fisica, tenendo conto delle normali abitudini di vita di un soggetto di quell’età e sesso nonché delle specifiche condizioni personali soggettive della vittima (cfr. D. Spera, La prova del danno - L’opinione del giurista, in Tabelle milanesi 2013 e danno non patrimoniale (a cura di) D. Spera  Giuffré 2013, 44).

 

Criteri di liquidazione

La vittima, ai sensi dell’art. 2050 c.c., ha diritto all’integrale risarcimento del danno subito, sia patrimoniale che non patrimoniale, secondo i normali criteri evidenziati dalla dottrina e dalla giurisprudenza.

In particolare, la Suprema Corte ha chiarito, in relazione all’art. 2050 c.c., che alla risarcibilità del danno non patrimoniale non ostano né la mancanza di un accertamento in concreto della colpa dell’autore del danno, tutte le volte in cui essa venga ritenuta sussistente in base ad una presunzione di legge (come nel caso proprio dell'art. 2050 c.c., in accoglimento della natura oggettiva della responsabilità), né l’impossibilità di qualificare il fatto dannoso in termini di reato, purché venga leso un valore costituzionalmente garantito, quale il diritto alla salute.

Per quanto attiene, in particolare, ai criteri di liquidazione del danno non vi sono tabelle specifiche normative, quindi deve essere applicata la Tabella milanese di liquidazione non patrimoniale, tanto per le invalidità micro, quanto per le macro permanenti.

Va evidenziato che quanto esposto è conforme al dettato della Cassazione, secondo cui il criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale, in applicazione dell’art. 3 Cost., ha valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c. (Cass. civ., sez. III, 7 giugno 2011, n. 12408; Cass. civ., sez. III, 22 dicembre 2011, n. 28290).

Tuttavia, se trattasi di micropermanente alcuni uffici giudiziari continuano a liquidare (anche) il danno non patrimoniale in esame con i criteri di liquidazione richiamati dall’art. 139 Cod. Ass.

Aspetti processuali

Il giudizio deve essere instaurato in base ai normali criteri di competenza per valore e territorio, ai sensi degli artt. 7-40 c.p.c.

L’attore dovrà: in primo luogo enucleare la causa petendi, con opportuno richiamo espresso all’art. 2050 c.c.; allegare e provare (se contestata) la veste soggettiva del responsabile, nonché la natura pericolosa dell’attività (da ricavarsi, qualora l’attività non sia tipizzata dal legislatore, sulla scorta degli indici qualitativi e quantitativi di riferimento enucleati da dottrina e giurisprudenza - v. par. Elemento oggettivo); specificare nel dettaglio le circostanze di fatto dell’infortunio, in modo da chiarire con evidenza il nesso di causalità tra l’esercizio dell’attività pericolosa e l’evento lesivo; infine, allegare tutti i fatti da cui possa emergere la prova del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Per converso, il convenuto dovrà, già in comparsa di risposta: difendersi sulla carenza della qualità soggettiva (di esercente) o sul difetto di quella oggettiva (relativa alla pericolosità dell’attività esercitata) eventualmente invocate dall’attore; contestare il nesso di causalità e/o provare il "caso fortuito" e, cioè, l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale prospettato dall’attore; difendersi specificamente sulle voci di danno allegate dall’attore. Poiché trattasi di mere difese e questioni rilevabili anche d’ufficio, non è necessaria, a questi fini, la tempestiva costituzione in giudizio ex art. 166 c.p.c.

Sotto il profilo processuale, deve ancora rilevarsi che l’evento lesivo derivante dallo svolgimento di un’attività pericolosa, specie se esercitata a livello imprenditoriale, può colpire e pregiudicare una pluralità di soggetti. Qualora essi siano qualificabili come utenti o consumatori (si pensi al caso in cui la “pericolosità” propria della responsabilità incide sul prodotto finale dell’attività produttiva – v. par. Elemento oggettivo) ed in presenza dei requisiti imposti dalla legge, diviene esperibile l’azione collettiva prevista dal Codice del Consumo all’art. 140-bis, d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206

Casistica

Oltre a quelle in tema di attività sportiva e di danni da emotrasfusione possiamo individuare altre ipotesi:

Sull’attività da equitazione. Secondo l’univoco orientamento della giurisprudenza di legittimità, il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione,  solo qualora gli allievi siano principianti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi; nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre è soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c.

 

Sull’attività edilizia. Per consolidato indirizzo della Suprema Corte l'attività edilizia è pericolosa (ai fini indicati dall’art. 2050 c.c.) quando comporti rilevanti opere di trasformazione o di rivolgimento o di spostamento di masse terrose e scavi profondi ed interessanti vaste aree (in tale senso, ad esempio, Cass. civ., 7 maggio 2007, n. 10300, resa in una fattispecie relativa agli scavi su un tratto di costa effettuati dalla amministrazione pubblica per la realizzazione di un nuovo porto, nonché Cass. civ., 10 febbraio 2003, n. 1954 e Cass. civ., 12 dicembre 1988, n. 6739). Al contrario, non si applica il regime di responsabilità di cui all'art. 2050 c.c. in presenza di una operazione di scavo su una limitatissima superficie, lontano da altre costruzioni, in assenza di vasti e profondi spostamenti terrosi (Cass. civ., 9 aprile 2009, n. 8688, Cass. civ., 16 gennaio 2013, n. 919).

 

Sui trasporti ferroviari ed aerei

  • I traporti aerei e ferroviari non sono considerati dal legislatore attività pericolose, né per costante indirizzo della giurisprudenza di legittimità possono definirsi tali per la loro natura, per le caratteristiche dei mezzi adoperati o per l’intrinseca potenzialità offensiva.
  • Con specifico riferimento alla navigazione aerea, la Cassazione ha recentemente affermato che si tratta di attività con cui si esercita un trasporto ampiamente diffuso considerato, rispetto agli altri, a basso indice di rischio, in astratto e in generale. Tuttavia la pericolosità dell'attività può sussistere in concreto tutte le volte in cui essa non rientri nella normalità delle condizioni previste, in osservanza dei piani di volo, di condizioni di sicurezza, di ordinarie condizioni atmosferiche, con conseguente applicabilità in tal caso della disposizione di cui all'art. 2050 c.c. (Cass. civ.,10 novembre 2010, n. 22822; cfr. anche Cass. civ., 18 marzo 2005, n. 5971 con riferimento al trasporto aereo mediante elicotteri da parte di una ditta specializzata).
  • Seguendo la stessa impostazione di pensiero, anche con riferimento al servizio ferroviario, la Suprema Corte ha ritenuto che l’amministrazione non risponde dei danni provocati ex art. 2050, c.c., in quanto il relativo trasporto, rivolto alla soddisfazione di esigenze imprescindibili della collettività, non è considerabile attività pericolosa, salvo quando il danno che ne derivi si ricolleghi ad uno specifico aspetto o momento del servizio stesso, il quale presenti connotati di pericolosità eccedenti il livello normale del rischio, così da richiedere particolari cautele preventive (Cass. civ., 1 luglio 2005, n. 14091).

 

Sui rifiuti tossici. Il soggetto produttore di rifiuti tossici è sottoposto alla responsabilità prevista dall’art. 2050 c.c. e non può esimersi da essa sostenendo di aver affidato completamente a terzi lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti stessi, in quanto tutti i soggetti coinvolti nel ciclo di produzione e smaltimento - e, in particolare, il produttore - sono ugualmente responsabili e solidalmente tenuti ad adottare le idonee misure di sicurezza, anche nella fase di smaltimento, affinché lo sversamento definitivo e lo stoccaggio dei rifiuti avvenga senza danno a terzi (Cass. civ., 1 settembre 1995, n. 9211).

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