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Danno non patrimoniale da morte del congiunto

05 Giugno 2014 | Perdita del rapporto parentale (danno da)
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Qual è l’oggetto del danno non patrimoniale da morte?

 

Si tratta di un tema vastissimo, tutti i danni non patrimoniali sono stati definiti dalla Corte di Cassazione a Sezione Unite con un’importante sentenza la 26972 del 2008 come il pregiudizio a interessi della persona non interessi patrimoniali non suscettibili di valutazione patrimoniale. Ora da questa definizione si ricava che primo qualsiasi danno non patrimoniale deve cadere su un interesse non patrimoniale – se distruggono la mia collezione di francobolli alla quale io tenevo tanto e per questa ragione mi ammalo – soffro – e mi strappo i capelli e mi lacero le vesti questo non è un danno non patrimoniale risarcibile perché la condotta dell’offensore non è caduta su un interesse della persona è caduta su un bene patrimoniale. Ora nel caso di morte di una persona causata dal fatto  illecito altrui il danno non patrimoniale patito dai suoi prossimi congiunti è rappresentato dall’interesse al vincolo familiare al vincolo affettivo alle altre utilità non patrimoniali che si ritraevano dalla vicinanza o comunità di vita e interessi con la persona deceduta. Penso ad esempio al convivente more uxorio il quale non ha un vincolo coniugale non ha un vincolo parentale ma ha comunque un vincolo affettivo la cui rottura è ritenuta risarcibile pacificamente dalla giurisprudenza di merito e dalla giurisprudenza di legittimità. Dunque si parva licet componere magnìs per così dire - chiedendo scusa per la banalizzazione – se dovessi riassumere in un punto qual è l’oggetto del danno non patrimoniale da morte dovremmo dire che il danno non patrimoniale da morte è rappresentato dalla  sofferenza patita dal sopravvissuto per la morte del congiunto - dal forzoso cambiamento delle abitudini di vita del sopravvissuto per effetto della morte del congiunto – dal forzoso abbandono di attività non remunerative piacevoli in precedenza svolte dal sopravvissuto e abbandonate in conseguenza della morte del congiunto. Dunque in soldoni anche il danno non patrimoniale da morte  quanto al contenuto non differisce da tutti gli altri danni – si tratta di misurare una differenza una sottrazione – cosa accadeva prima del fatto illecito cosa invece accade dopo cosa è cambiato dopo nella vita del sopravvissuto in conseguenza del fatto illecito.

 

Danno morale,  danno esistenziale e danno parentale sono nozioni diverse?

 

E’ un tema enorme ed estremamente controverso il quale ha dato vita ad un ginepraio di opinioni diverse in dottrina e in giurisprudenza e questi contrasti non sono stati sanati nemmeno dall’intervento delle Sezioni Unite. Provo dunque a riassumere e chiedo scusa se riassumendo sarò costretto a banalizzare.

Fino al 2008 si fronteggiavano due opinioni: le tesi le chiamerò moniste e le tesi pluraliste. Seconde le tesi moniste il danno non patrimoniale è uno è uno soltanto come il danno patrimoniale è uno. Così come il primo può cadere su un veicolo, su una villa o su un abito allo stesso modo il danno non patrimoniale può consistere in una perdita dell’onore, della reputazione,  della salute della vita  ma non cambia natura per il solo fatto che cambia l’oggetto sul quale cade. A questa tesi si contrapponevano le opinioni cosiddette pluraliste secondo le quali esisterebbe non uno ma tanti tipi di danni non patrimoniali: danno non patrimoniale da lesione dell’onore, della reputazione, della vita , della salute, del nome , della privacy e via dicendo. Detto altrimenti,  per le tesi pluraliste, esistono tanti danni non patrimoniali  ontologicamente, cioè per natura diversi, quanti sono i diritti non patrimoniali   sui quali può incidere il fatto illecito. Intervennero su questo problema le Sezioni unite   con una sentenza già ricordata (n. 26972/2008) . Con questa sentenza le Sezioni unite della Corte di Cassazione stabilirono che il danno non patrimoniale è una categoria unitaria. Ben vero, può manifestarsi in modi diversi: la perdita di un familiare, il lutto, la perdita della salute, la privazione della libertà personale; ma ciò nondimeno la natura di questo danno non cambia. Dei modi diversi in cui si può manifestare, il giudice deve tenere conto quando lo liquida – quando monetizza il risarcimento. Ora la cosa curiosa è che dopo, dal 2008 ad oggi sono passati sei anni, in questi sei anni dopo l’intervento delle Sezioni Unite i contrasti non sono affatto finiti. Coloro i quali sostenevano prima dell’intervento delle sezioni Unite che il danno non patrimoniale aveva natura pluralistica, cioè esistevano tanti tipi di danni non patrimoniali, hanno continuato con una buona dose di nonchalance a sostenerlo anche dopo semplicemente mutando prospettiva mentre prima si diceva i danni non patrimoniali sono tanti e c’è il morale, l’esistenziale, il biologico, la perdita del rapporto parentale e poi c’era chi aveva inventato il danno edonistico, il danno alla vita di relazione e via dicendo, dopo si è cominciato a sostenere si va bene il danno non patrimoniale è una categoria unitaria e però bisogna tenere conto delle sue forme di manifestazione e sotto l’usbergo delle forme di manifestazione si è continuato a giustificare anche dopo l’intervento delle Sezioni Unite la liquidazione separata di danni ritenuti per natura diversi. Questo è lo stato per così dire delle opinioni poi visto che lei me lo chiede ci aggiungo anche la mia. E’ mia opinione che il danno non patrimoniale abbia e non possa non avere natura unitaria. Se il danno non patrimoniale è la lesione di interessi non patrimoniali, questo pregiudizio non è che può cambiare natura per il solo fatto  che viene lesa la salute piuttosto che l’onore. Allo stesso modo in cui il danno patrimoniale non cambia natura per il solo fatto che mi ammaccano un autoveicolo piuttosto che mi abbattono un muro. Va da sé che il danno non patrimoniale quando deve essere liquidato deve essere liquidato tenendo conto delle conseguenze concrete che ne sono derivate. Vorrei dire con ciò che il problema della esatta liquidazione del danno non patrimoniale non è un problema dogmatico, il problema non consiste nello stabilire se esistono e quanti sono i diversi tipi di danni non patrimoniali, il problema è accertare in concreto quali conseguenze peggiorative, quali conseguenze dannose ha provocato il fatto illecito e nel liquidare il danno non patrimoniale bisognerà tenere conto di tutte queste conseguenze dannose, nessuna esclusa. Quindi, in conseguenza della morte di un prossimo congiunto, dire che la vittima ha diritto a un risarcimento del danno morale che consiste nella sofferenza e del danno da rottura del vincolo parentale che consiste nel dover rinunciare alla compagnia della persona cara, significa dare due nome diversi allo stesso identico tipo di pregiudizio.

Un illustre giurista fece, tempo addietro, un esempio un po’ ridanciano anche se la materia non dovrebbe consentirlo. Immaginiamo che Tizio sposato con Caia perda per colpa di un terzo la moglie, che venga uccisa. Moglie con la quale aveva un rapporto conflittualissimo e astioso quant’altri mai. Ora nessuno vorrebbe sostenere che in un caso come questo il coniuge sopravvissuto ha patito un danno non patrimoniale. Eppure il vincolo parentale si è rotto. Se fosse vera la tesi della pluralità dei danni non patrimoniali, qui avremmo un danno da rottura di questo vincolo. Dunque non la rottura del vincolo in se, è il danno. Il danno è la sofferenza causata dalla rottura di questo vincolo ma la sofferenza cos’è – la sofferenza è il danno morale o meglio è quel pregiudizio che per tanti anni si è chiamato danno morale. Conseguenza, compito dell’interprete, dell’avvocato prima e del giudice dopo non è quello di mettere le etichette sulle categorie di danno, compito è quello di accertare in concreto quali peggioramenti il fatto illecito ha causato sulla vita del sopravvissuto e non è consentito all’interprete creare nuove categorie o molteplici categorie di danno solo per chiamare con nomi diversi pregiudizi identici.

 

E’ risarcibile il  danno da perdita di diritto alla vita  e quali sono i soggetti che possono chiedere il risarcimento del danno da morte?

 

La risposta alla prima domanda sarà molto breve: per vent’anni la Corte di Cassazione ha detto che  non è concepibile un danno da perdita del diritto alla vita. Si potrebbe dire del danno da perdita del diritto alla  vita quel che Epicuro diceva della morte per esortare gli uomini a non averne paura, se ci siamo noi non c’è lei, se c’è lei non ci siamo noi.  Ora lo stesso si può dire del diritto del risarcimento del preteso danno da perdita del diritto alla vita fino a che il titolare di questo diritto è in vita non c’è il danno. Quando il titolare viene a mancare  in teoria ci sarebbe il danno ma questo diritto non si può radicare in capo a nessuna persona, un diritto soggettivo non può che avere un titolare se il titolare di questo diritto muore il diritto per definizione non può venire ad esistenza. Sulla base di argomentazioni di questo tipo per vent’anni la Corte di Cassazione aveva negato che i prossimi congiunti di una persona deceduta in conseguenza del fatto illecito altrui potessero pretendere jure ereditario il diritto al risarcimento del danno da perdita della vita, diritto che acquisito dalla vittima nel momento stesso della morte era stato trasmesso poi agli eredi. Quest’anno la Corte di Cassazione con una isolata sentenza, la sentenza n. 1361 del 2014, ha abbandonato questo o meglio si è posta in contrasto con questo tradizionale orientamento e ha cassato con rinvio la sentenza di merito la quale aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno da perdita del diritto alla vita. Va tuttavia subito aggiunto che pochissimi giorni dopo il deposito di questa sentenza la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha deciso di non correre il rischio di nuovi contrasti su un tema così delicato e ha rimesso la questione dell’esistenza della risarcibilità del danno da perdita del diritto alla vita alle Sezioni Unite e prevedibilmente entro l’anno le Sezioni Unite dovrebbero comporre questo contrasto.

Vengo al secondo capo della domanda: quali sono i prossimi congiunti che hanno il diritto al risarcimento del danno da morte. Qui non  abbiamo norme di legge su questo punto abbiamo però una consolidatissima giurisprudenza. Cominciamo col dire che il rapporto di coniugio di parentela stretto non è condizione per invocare il risarcimento, la intensità del rapporto di parentela riverbera effetti sul piano dell’onere della prova non sul piano di titolarità del diritto mi spiego, dal fatto noto che a domandare il risarcimento sia il genitore, il coniuge, il figlio, il fratello della vittima, la giurisprudenza risale al fatto ignorato che quella persona ha effettivamente patito un danno non patrimoniale e non deve provare alcunché, sarà il convenuto a dover provare che il superstite non ha sofferto né punto  né poco  per la morte del congiunto. A livello teorico anche un congiunto non prossimo lo zio, il nonno, il nipote ex fratre o il nipote ex figlio possono domandare il risarcimento del danno da morte di un prossimo congiunto, in questo caso, tuttavia, il meccanismo della presunzione 2727 c.c. non funzionerà e sarà dunque l’attore a dover dimostrare di avere avuto un rapporto di tale intensità con la vittima per comunanza di vita,  per comunanza di esperienze, per coabitazione che l’evento luttuoso ha provocato in lui un danno non patrimoniale in tutto e per tutto assimilabile a quello del prossimo congiunto. La Corte di Cassazione ha invece espressamente escluso la risarcibilità del danno non patrimoniale per la morte di una persona non legata da vincoli di coniugio o parentela. Quindi per la morte dell’amico, del confratello o anche del partecipante alla medesima associazione senza fini di lucro. Un discorso a parte va fatto per il convivente more uxorio. Il convivente more uxorio non è coniuge e non è parente non è nemmeno affine, ma la Corte di Cassazione ormai dal 1990 ammette il risarcimento del danno  per la morte del convivente more uxorio. Tuttavia questo risarcimento non spetta sempre e comunque ma sono necessarie alcune condizioni. Condizione necessaria e indefettibile è che il rapporto di convivenza fosse un vero      e proprio rapporto di fatto in tutto e per tutto affine a quello matrimoniale e non una convivenza occasionale o come si dice giuridicamente una unione morganatica.

Quando il rapporto di convivenza more uxorio è assimilabile al rapporto matrimoniale? Quando non è un rapporto ad tempus, cioè quando i conviventi abbiano prestabilito di convivere senza alcuna scadenza e con un progetto di vita comune così come quello dei coniugi. Naturalmente l’onere di provare, non solo che la vittima convivesse con l’avente diritto al risarcimento, ma che questa convivenza pur di mero fatto avesse tutte le caratteristiche del matrimonio, quell’onere di questa prova ricade su chi domanda il risarcimento.

 

Come si ripartisce l’onere della prova del danno?

 

L’onere di provare l’esistenza e l’entità del danno da morte come l’onere di provare l’esistenza e l’entità di qualsiasi danno contrattuale ed extracontrattuale e via dicendo grava su chi domanda il risarcimento, quindi grava sull’attore. Tuttavia in materia di danno non patrimoniale da morte la prova principe con la quale lavora prevalentemente la giurisprudenza è la prova presuntiva. La prova presuntiva è una deduzione logica in virtù della quale il giudice partendo da un fatto noto risale ad un fatto ignorato. Il fatto noto è il rapporto di parentela e la coabitazione, dal fatto noto che la vittima convivesse con il defunto, dal fatto noto che la vittima fosse un parente stretto del defunto e dal fatto noto che la vittima fosse coniuge o convivente more uxorio col defunto il giudice normalmente risale al fatto ignorato che la vittima, cioè colui che  domanda il risarcimento del danno, abbia patito un danno morale. Accanto alla prova presuntiva poi c’è il fatto notorio il cosiddetto id quod plerumque accidit , fatto notorio che qualunque madre soffre per la morte del figlio, il fatto notorio che qualunque persona soffre per la morte del fratello e via dicendo. Dunque per la misura standard del risarcimento l’onere della prova ce l’ha l’attore ma questo onere è molto agevolato dal ricorso alla presunzione semplice. Poi noi sappiamo che accanto alla misura standard del risarcimento il danneggiato può invocare la personalizzazione cioè l’aumento o la variazione della misura standard per tenere conto delle specificità del caso concreto. La prova della personalizzazione la deve dare anche in questo caso l’attore ma qui ovviamente non sarà consentito il ricorso a presunzioni perché le circostanze di fatto sulle quali viene fondata la domanda di personalizzazione del risarcimento sono troppo diversi e troppo legati al caso specifico per poter fare ricorso alla prova presuntiva quindi qui  l’attore avrà un onere della prova integrale e rigoroso.

 

Per domandare il risarcimento del danno non patrimoniale e da morte è necessario provare la convivenza tra vittime e superstite?

 

 In una isolata decisione la Corte di Cassazione con la sentenza  n.  4253 del 2012 ha operato una summa divisio per i prossimi congiunti il diritto al risarcimento del danno da morte non patrimoniale – adesso non continuerò a ripeterlo -  lo do per sottinteso – spetta a prescindere dalla convivenza. Per i congiunti non prossimi il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale può spettare solo quando si dimostri l’intensità del vincolo affettivo che è venuto a mancare e quando ci sia in  particolare  la convivenza, in quel caso la Corte di Cassazione rigettò la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale proposta da una nipote per la morte della nonna sul presupposto che nonna e nipote non coabitassero. Sono voluto partire da questa sentenza per dire che questa sentenza è isolata, questa decisione che pur ha avuto una certa risonanza è rimasta isolata nel panorama della giurisprudenza di legittimità. La coabitazione fra vittima e superstite è uno ma non l’unico e nemmeno il necessario elemento noto dal quale il giudice può risalire all’esistenza e all’entità del danno non patrimoniale. Dunque per rispondere in modo puntuale alla domanda la coabitazione non è necessaria, può essere un mero indizio rileva  cioè sul piano della prova ma non è il presupposto per pretendere il risarcimento del danno.

 

Che cos’è la personalizzazione del risarcimento e come si determina il quantum?

 

Afferma la Corte di Cassazione che per liquidare il danno non patrimoniale qualunque danno non patrimoniale quindi anche quello  da lutto, il giudice deve compiere due operazioni. Deve prima individuare un parametro standard uguale per tutti e questa operazione è necessaria per garantire la uniformità di trattamento quindi il giudice deve innanzitutto stabilire ex ante a tutti i casi in cui un padre perde un figlio la misura minima standard  del risarcimento è X. Con l’individuazione del parametro standard si garantisce l’uniformità di trattamento ma questa non basta poi per liquidare in modo corretto il danno, sappiamo che la liquidazione del danno deve avvenire in base al principio uniquique suum tribuere et neminem ledere. Quindi bisogna anche tenere conto delle specificità del caso concreto. L’operazione con la quale il giudice varia in aumento ma anche in riduzione il quantum standard del risarcimento per tenere conto delle specificità del caso concreto, si chiama personalizzazione. Il quantum della personalizzazione non lo si può stabilire ex ante, per la semplice ragione che essendo essa legata alle specificità del singolo caso, non è possibile predeterminare parametri standard a priori perché i casi saranno necessariamente diversi gli uni dagli altri. La personalizzazione del risarcimento avverrà dunque con una valutazione equitativa da compiere caso per caso.

 

Quali sono i danni risarcibili nel caso in cui la vittima primaria non muoia immediatamente?

 

Bisogna distinguere varie ipotesi.

La vittima di lesioni che muore per cause diverse dalle lesioni acquista e trasmette agli eredi il diritto al risarcimento del danno biologico. E’ un danno biologico come tutti gli altri con un’unica particolarità: quando lo si andrà a liquidare bisognerà tenere conto non della vita che la vittima aveva la speranza, secondo le statistiche mortuarie, di vivere ma bisognerà tenere conto della vita effettivamente vissuta.

Seconda ipotesi. La vittima di lesioni personali muore a causa delle lesioni. Quindi non guarisce. In questo caso la vittima acquista e trasmette agli eredi a) Il diritto al risarcimento del danno da invalidità temporanea , perché ha avuto una malattia temporaneamente. Una malattia che non è guarita ma che ha portato all’exitus. Una particolarità, naturalmente questo danno biologico  da invalidità temporanea, cha va liquidato sempre e comunque, non può essere monetizzato – ci dice la Corte di Cassazione – con i 96 euro al giorno con i quali si liquida l’invalidità temporanea di norma in ambito di responsabilità civile. Perché altro è rimanere a letto 20 giorni sapendo di dover guarire altro è rimanere a letto 20 giorni sapendo di dover morire. Qui poi la valutazione del singolo caso  spetterà ai giudici del merito.

La vittima , tuttavia, in questo periodo di sopravvivenza quodam tempore, ove sia rimasta vigile, può aver patito un danno ulteriore. Cioè il danno che la Corte di Cassazione chiama da lucida agonia e consistente nello sgomento, nella sofferenza, nella paura, nella angoscia derivanti dal fatto di sapere di essere in punto di morte di abbandonare la propria famiglia e tutto il corteo di situazioni che possiamo immaginare in questo caso. Questo è un danno risarcibile iure ereditario. La vittima lo acquista e lo trasmette agli eredi ma al contrario del danno biologico da invalidità temporanea – intanto questo pregiudizio esiste e può essere risarcito in quanto la vittima ne abbia avuto contezza quindi deve essere rimasta vigile. Se l’operaio precipita dall’impalcatura con trauma cranico elettroencefalogramma piatto, va in coma e dopo 10 giorni decede, trasmette agli eredi il diritto al risarcimento del danno biologico non trasmette agli eredi il diritto al risarcimento del danno morale da lucida agonia perché non ha patito una lucida agonia.

 

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